POSTS
6
settembre 2017
Il risicoltore
13
agosto 2017
La cucina italiana
6
agosto 2017
L’Espresso
4
agosto 2017
Il giornale
PORTFOLIO
SEARCH
SHOP
Your address will show here +01 (414) 230- 5550
Transasiatica 2017

Siamo in Cina, dopo 4000 km sulla Via della Seta!

Oggi la sveglia presto è una benedizione.
Ieri notte faceva davvero freddo, dopo le giornate precedenti vicine ai 40 gradi , mitigate dai passi a quasi 5.000 mt, non eravamo preparati. Il Kyrgyzstan ci aveva accolto con i suoi prati verdissimi bagnati di pioggia e con temperature intorno ai 7-8 gradi, e noi abbiamo risposto con una passeggiata a Sary-Tash, dove siamo alloggiati nella casa di una famiglia locale, e poi una corsa a rintanarci nella Yurta destinata ai pasti, accoccolati vicino alla stufa ad ascoltare i racconti della nostra guida, Beghaim.

Sapevamo che oggi ci aspettava una frontiera particolarmente impegnativa (ma non immaginavamo quanto!), quella con la Cina, quindi abbiamo puntato le sveglie alle 5.30. Che poi sarebbero state le 4.30, visto che rispetto al Tajikistan da cui proveniamo le lancette dell’orologio vanno spostate di un’ora avanti. Beh, una volta riemersi dalle coperte abbiamo scoperto che durante la notte la pioggia si era trasformata in neve, rendendo immacolate le cime montuose attorno a noi, con il Lenin Peack che svetta su tutte. L’alba le tinge di un rosa commovente, mentre i prati ancora in ombra iniziano a prendere vita sotto i passi dei Kyrgyzi, che portano al pascolo le loro mucche e i cavalli.


Le selle delle moto sono congelate, subito dopo colazione iniziamo a pulirle e poi ci avviamo. La strada verso il confine è un nastro nero annodato nel bianco immacolato della brina e della neve montana, un cambio di prospettiva pazzesco rispetto al rosso delle rocce del Pamir! Nonostante il tempo stringa, soprattutto per il nostro amico Paolo ha un aereo da prendere in Cina,  non riusciamo a trattenerci e ci fermiamo ad ammirare il panorama e a far contenti i fotografi che fremono nel furgone che ci segue. Davvero uno spettacolo unico, il modo migliore che ha trovato il Kyrgyzstan per farci capire che un solo giorno nei suoi confini è decisamente troppo poco, e che si meriterà una visita più accurata. Lo prendiamo come un invito che anche la nostra guida  Beghaim ci fa promettere di onorare, nella speranza, sincera, di tornare.





La nostra avventura si avvia alla conclusione, ma non è ancora tempo per la nostalgia. Abbiamo 180 km prima di raggiungere Kasghar, la nostra meta cinese. Ma tra noi e l’agognata meta c’è di mezzo… la frontiera, che è ben peggio del mare! Ore e ore a ripetere le stesse cose: passaporti, check in, controllo bagagli. Ogni volta speriamo che sia l’ultima e ogni volta non lo è. I disagi anche oggi non mancano: dobbiamo superare alcuni tratti di svariati chilometri di “no man’s land” che operatori e fotografo dovrebbero farsi a piedi…. dovrebbero, in realtà, colti da pietà torniamo indietro e li carichiamo sulle moto, trascinando i loro bagagli sulle rotelle come improvvisati e traballanti carretti. Per non parlare del camion al quale abbiamo chiesto il favore di portarci i bagagli più pesanti come ruote di scorta delle moto e attrezzature varie che nel bel mezzo di una curva in salita nella “terra di nessuno” perde completamente l’asse delle ruote posteriori!

E via, iniziamo una spola con le moto per recuperare i bagagli e portarli fino al confine cinese, mentre il povero autista guarda incredulo e sconsolato il suo autotreno monco inchiodato nel nulla. Che poi proprio nulla non è;  il paesaggio è comunque spettacolare, con le rocce modellate dal vento in forme assurde che svettano verso l’alto e le montagne innevate a fare da sfondo in lontananza. 
Lo “stile” di questa frontiera non si avvicina minimamente alle precedenti: è un enorme cantiere, tutto un brulicare e un lavorio, l’asfalto una tavola da biliardo immacolata, i gesti dei doganieri precisi e meccanici. 

I controlli molto, ma molto più pignoli di qualsiasi altro subito fino ad ora: abbiamo atteso ore davanti ad una macchina che misura la temperatura corporea con gli infrarossi; altro tempo infinito lo abbiamo passato nell’attesa che un enorme TAC scansionasse le nostre Guzzi  V7III Stone una per una, poi  tutti i nostri bagagli….Dopo una quantità di ore che non riusciamo più a contare finalmente entriamo in territorio Cinese e, sinceramente stremati ci rimettiamo alla guida che viviamo come una specie di premio. 

Ci godiamo queste ultimi chilometri sapendo che a circa 80 km dalla nostra meta, Kashgar,  purtroppo ci dobbiamo separare dalle nostre compagne di questo ineguagliabile viaggio…dobbiamo proprio farlo. E’ il momento di dare l’addio alle nostre Guzzi V7 III Stone. Sono arrivate tutte a destinazione, lasciando orgogliosamente disoccupati i mezzi di soccorso che si sono avvicendati nei diversi Paesi attraversati. Nell’assecondarci su ogni manto stradale, su ogni impervio percorso, senza mai darci problemi seri di alcun genere, hanno compiuto un’impresa epica, sembrano saperlo bene. Le salutiamo come se ci togliessero qualcosa che ormai era tutt’uno con noi e ci rendiamo conto anche noi che siamo arrivati per davvero: siamo in Cina! 


Kashgar è una città millenaria che fu la porta d’ingresso della Via della Seta e crocevia commerciale tra Pakistan, India, Tajikistan e Uzbekistan; tutto intorno sfrecciano silenziosissimi gli scooter elettrici, le strade si riempiono dell’odore di cibo speziato, le insegne luminose con ideogrammi cinesi e  scritte in arabo portate dalla vicinanza del confine, prendono il posto del sole che sta tramontando. Domani ci aspetta Canton, dove, sicuramente, mangeremo riso …alla cantonese?
0

Transasiatica 2017

Il nostro viaggio non finirà a Canton

Il volo verso Canton è stato lunghissimo, condito dal disagio dei vuoti d’aria provocati da un tempo instabile a causa delle trombe d’aria che vedevamo, per fortuna, solo in lontananza. Canton ci accoglie con un clima tropicale,  sembra di entrare d’improvviso in una serra visto il tasso d’umidità insopportabile! La città, con i suoi 12 milioni d’abitanti, ci appare subito immensa e brulicante di persone quando, ormai a mezzanotte,  arriviamo in albergo ed elemosiniamo una cena. 

La mattina è dedicata ad un incontro che ci sta molto a cuore con il General Manager Piaggio Cina che ci ha raggiunti per celebrare il successo di un viaggio che rimarrà negli annali delle nostre due Aziende: un’avventura che spesso ha spinto sia noi che le moto a limiti estremi, ma, come si dice,  “l’unione fa la forza”! Gli abbiamo raccontato i momenti più suggestivi della nostra impresa, condividendo il sano orgoglio per “avercela fatta”, noi in sella alle fide Guzzi V7 III Stone.

È stato un onore, poi, avere con noi anche la Deputy Consul General di Canton e il suo staff, nonché la direzione dell’ICE, istituzione attenta a valorizzare la presenza dell’imprenditoria italiana in loco. Il calore con cui ci hanno accolto ha certamente aggiunto ancora valore a questo viaggio, di per se straordinario, nel sottolineare l’importanza di due eccellenze italiane, cibo e motori, che si incontrano in Cina. Non nascondiamolo, per noi è una grande soddisfazione!!





Uno squisito pranzo tutti insieme,  in stile cantonese, ha chiuso la nostra mattinata:  tra le tante prelibatezze che ci hanno fatto assaggiare, il vero riso cantonese (senza uovo né piselli, ma ne eravamo certi!), l’immancabile anatra laccata e dei litchis enormi, succosissimi, con un nocciolo minuscolo. Una delle cose più buone che ci sia mai capitato d’assaggiare, nulla a che fare con  quelli minuscoli troviamo in Italia. Ci spiegano che questa particolare qualità matura esattamente in questo periodo e che sono perfetti solo per dieci, quindici giorni; questi che abbiamo mangiato sono il primo raccolto. 

Stasera ci aspetta l’aereo che ci porterà a Istanbul e da lì a Milano, ma prima ci buttiamo nella “sauna” fuori dall’albergo per dirigerci verso il mercato officinale, dove si vendono i rimedi tradizionali della medicina cinese; c’è di tutto, dagli scorpioni vivi alle rane essiccate, passando per zoccoli di cerbiatto e meduse disidratate!
Tutto intorno è un brulicare di vita e mezzi, molti dei quali elettrici, ma meno di quanti ne avevamo visti a Kashgar. Eppure, in questo caos, gli incastri dei flussi umani sembrano in qualche modo ordinati, con un loro corso ben preciso che in questo momento include anche noi, la nostra curiosità, le macchine fotografiche e le domande.
Quando è quasi ora d’andare ci sparpagliamo, ricordandoci d’un tratto, praticamente all’unisono, che domani saremo in Italia e che nessuno di noi ha un regalino da portare ad amici e parenti! Così risaliamo sul pullman che ci porterà in aeroporto madidi di sudore, spossati, ma ognuno un ricordo per chi ci aspetta a casa: pashmine, orologi, qualche giocattolo, un ventaglio. 
Siamo in aeroporto, il momento è arrivato, ci aspetta il volo per Istanbul. E il sapore adesso è innegabilmente quello della nostalgia.

I giorni in sella alle Guzzi V7 III Stone, centauri seri con il nostro equipaggiamento Dainese, sembrano già lontanissimi; i telefoni ricominciano a squillare e chi risponde parla già di appuntamenti, pagamenti, commercialisti e impegni vari (orrore!). Che volete farci, i viaggi in fondo sono belli anche per questo. In qualche modo è giusto che finiscano, altrimenti non sarebbero viaggi. La programmazione, l’eccitazione della partenza, l’avventura, la conclusione, la nostalgia e i racconti fanno tutti parte di quel “grande gioco” del muoversi. Cerchi che si chiudono e che solo così trovano la loro perfezione.

Siamo felici. Ci aspettavamo che sarebbe stato così? No. Ci aspettavamo tutta questa fatica? No. E questo affiatamento? Nemmeno. Soprattutto non ci aspettavamo che esistesse una porzione di mondo tanto grande non ancora intaccata dall’ipertrofia della vita moderna, una sorpresa enorme per tutti, un regalo immenso. Le nostre Guzzi V7 III Stone sono state delle compagne di viaggio perfette, docili, dolci quanto basta, ma anche aggressive e capaci di dominare strade molto più ostili rispetto a quelle per cui sono state progettate. Lo stesso dicasi per Dainese, ma in realtà è una conferma. Un sentito, avvolgente grazie se lo stra-meritano, anche per averci fatto sentire una presenza costante e rassicurante per tutti gli oltre 4000km percorsi. Arrivederci in Italia!
0

Transasiatica 2017

Siamo orgogliosamente viaggiatori, non turisti

Dopo “aver litigato” con la corrente elettrica razionata e l’assenza del wi-fi, ma freschi per il meritato riposo in un’atmosfera calda e accogliente nonostante la temperatura sia scesa bruscamente, ci sentiamo finalmente dove volevamo essere: in un luogo lontano, ad assaporare vite diverse da quella a cui siamo abituati, per poter viaggiare davvero e smettere di essere solo turisti. 

Ci mettiamo in sella ben coperti, perché il clima è decisamente più rigido dei giorni scorsi: la prima tappa di oggi è il lago Karakul, un immenso bacino d’acqua salata formatosi in seguito all’impatto con un meteorite, circa 10 milioni di anni fa. La strada è ancora una sequenza di quadri incredibili dipinti da madre natura. Oggi sono solamente 150 chilometri ad attenderci, ma sono così intensi che si sembrano 400, o 1000, o infiniti… 

Da quanto tempo siamo qui? Non lo sappiamo più, i giorni si moltiplicano e si sovrappongono, la quantità di paesaggi che attraversiamo confondono lo scorrere del tempo che diventa una linea indistinguibile di emozioni.

Proseguiamo a nord di Murghab seguendo una zona “neutrale” recintata tra il Tajikistan e la Cina e superiamo i 4665 mt dell’Ak-Baital Pass, il passo del Cavallo Bianco, il punto più alto di questa nostra avventura transasiatica. Questa regione è quasi completamente disabitata, ogni tanto avvistiamo delle sagome in lontananza e ci chiediamo se sono le pecore “Marco Polo”, una specie autoctona e protetta. Il lago ci appare in lontananza, alla fine di un rettilineo vertiginoso, come una lama di un blu cobalto che spezza in due la linea marrone del terreno sassoso dal profilo azzurrognolo delle vette innevate sullo sfondo. 

Oggi passiamo due confini, sempre immersi in paesaggi mozzafiato. Per i fotografi e gli operatori continua quella che chiamano “tortura e godimento”. Godimento perché tutto è stupendo, tortura perché davvero sembra che non ci sia mai un momento per posare l’attrezzatura: ogni volta che pensano di aver fatto “lo scatto del giorno”, girandosi trovano una veduta ancor più bella, e di nuovo partono mille scatti e riprese!





La prima frontiera è quella del confine Tajiko, presso Kyryl Art Pass, a 63 km da Karakul. Un avamposto che sembra tranquillo, con container a forma di cilindro per alloggiare i soldati che, forse per non annientarsi in questo nulla assoluto, si sono costruiti un rudimentale campo da pallavolo a lato della strada. Tutti chiediamo che ci venga lasciato il visto d’ingresso nel Pamir con il nostro nome scritto in cirillico, un souvenir imperdibile di cui andremo per sempre orgogliosi! Passiamo indenni e senza grandi perdite di tempo il confine; la strada si annoda, sanguinea di terra ferrosa, in mezzo a pinnacoli di roccia che sfumano dal rosso, al marrone, al verde. A soli 10 km, dopo aver oltrepassato una vallata glaciale di una bellezza commovente ed un piccolo guado dove incontriamo un ponte crollato, troviamo il confine del Kyrgyko, molto, ma molto meno tranquillo.

Non che i militari siano aggressivi con noi, ma ci controllano scrupolosamente e requisiscono a tutti il cellulare da cui cancellano le foto della valle che precede il confine. Per la prima volta in questo viaggio ci viene chiesto di aprire tutti i bagagli; l’autista del fuoristrada che ci accompagna viene preso di mira per la ruota di scorta poggiata nel bagagliaio. La ruota si era staccata mentre eravamo lungo il confine afghano, a seguito di un sobbalzo provocato da una delle innumerevoli buche, ma non vogliono sentire ragioni e incalzano con mille domande: “Cosa c’è dentro? Perché non è al suo posto? Cosa stai nascondendo? Credi di poterci fregare così?” Poi, finalmente, ci lasciano andare anche se la guida kirgyza deve rimanere lì con tutti i nostri passaporti a sbrigare formalità infinite.

Il Kyrgyzstan ci dà il benvenuto con un brusco cambiamento su tutti i fronti; il clima diventa più rigido nonostante siamo scesi di quasi 1000 mt e ci costringe a mettere gli interni invernali nelle nostre giacche Dainese, insieme alle calze pesanti dentro agli stivali (benediciamo tutti mentalmente lo scrupolo dei tecnici Dainese che alla partenza hanno insistito per equipaggiarci nel modo più completo!). Il paesaggio si presenta con montagne meno aspre e meno imponenti, ma più rigoglioso e verdissimo. Tutto intorno a noi sterminati greggi di pecore con pastori a cavallo, in praterie sconfinate, punteggiate di yurte; di tanto in tanto qualche asino brado; bambini coloratissimi ci corrono incontro sempre festosi. Anche i tratti somatici sono molto diversi: occhi a mandorla, carnagione più scura, dita sottili.

A pranzo ci sediamo in una yurta e, come da tradizione, iniziamo sbocconcellando dei dolci accompagnati da tè bollente. Arriviamo a Sary Tash non troppo tardi, e pernottiamo anche oggi in un’abitazione locale su una sorta di materasso poggiato al suolo, un poco più morbido della sera prima. Ma poco importa, ci godiamo estasiati l’ultima notte incredibilmente stellata del Pamir: domani lo abbandoneremo definitivamente per avviarci verso la Cina (fa un po’ effetto pensarlo e anche scriverlo!).

0

PREVIOUS POSTSPage 1 of 2NO NEW POSTS