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#Sognaconnoi
di Federica Giuliani

La Cina è più vicina per tanti motivi, ma dire semplicemente “Cina” riferendosi al continente immenso qual è, sembra sminuire il grande impero che fu e la sua cultura millenaria. Terra di commercianti, vista la sua importanza lungo la mitica Via della Seta, è anche un Paese dove ci sono luoghi rimasti quasi immuni allo scorrere del tempo. Kashgar e Xi’An sono tra quelli e restano testimoni di una storia antica di cui andare fieri.

 



Kashgar e l’Islam

Una delle oasi più importanti dell’antica Via della Seta era Kashgar dove mercanti arabi, mongoli, europei e cinesi si incontravano per scambiare merci, anche se oggi i suoi moderni palazzi la rendono simile a ogni altra città cinese. Resta ituttavia nteressante perché possiede uno dei centri urbani tipici islamici meglio conservati dell’Asia centrale.

Anche se l’alta statua di Mao Tse-tung non identifica il fulcro cittadino, rappresenta il simbolo per eccellenza, che sembra affermare il potere cinese su Kashgar. È la grande moschea del 1400, infatti, il cuore cittadino. Nonostante, di fatto, qui siano tutti cinesi sono le barbe lunghe ad attirare l’attenzione. Ma anche il velo che quasi ogni donna indossa per coprire testa e corpo. Non si considerano cinesi, ma Uygur: uno dei tanti popoli che si sente costretto in un territorio che non sente proprio. Qui non si mangiano noodles ma stufati di montone e pane naan e il fuso orario non è quello imposto per la Cina intera, ma uno più adatto alle loro esigenze. Intorno alla moschea tutto è mantenuto in ordine: le strade, i mercati, i negozi ma mentre tutto il resto intorno cresce ed evolve, la giornata a Kashgar è scandita ancora dal richiamo alla preghiera proveniente dai minareti.

Kashgar è a due passi dal confine; da qui si possono raggiungere la leggendaria Karakorum Highway, che porta in Pakistan, l’Afghanistan e il Tajikistan e, superando due passi di montagna, si arriva in Kyrgyzstan.

 



L’antica Xi’An

 

Antica e affascinante, Xi’An si trova tra i due affluenti del fiume Wei. Durante il periodo Tang raggiunse il suo massimo splendore, diventando forse il centro più popoloso del mondo e punto di incrocio per gli scambi culturali con Paesi stranieri. Proprio da qui partiva la Via della Seta, che collegava Cina e Occidente e attirava commercianti in cerca di fortuna e viaggiatori avventurosi. Costruita a scacchiera, presenta mura di cinta perfettamente conservate. Alte 12 metri con una torre di guardia situata a ogni angolo, per visitarle si può fare una passeggiata a piedi o noleggiare una bici e godersele in tranquillità. Per un viaggio attraverso il buddismo, la sua filosofia e la sua arte bisogna, invece, raggiungere il tempio Daci’en e la pagoda della Grande Oca Selvatica.

Entrambi protetti dallo Stato, furono eretti durante la dinastia Tang in memoria della madre del principe Li Zhi e per custodire i sutra classici. La Pagoda oggi si sviluppa su sette piani con una struttura di forma piramidale decrescente a base quadrata; al suo interno una scala conduce fino in cima. Mentre nel tempio le torri della Campana e del Tamburo sono disposte l’una di fronte a l’altra.

 

Ma il simbolo più celebre di Xi’An è l’esercito di terracotta. Quando, nel 1974, alcuni contadini iniziarono a scavare nella provincia dello Shaanxi per realizzare un pozzo, una scoperta straordinaria cambiò i loro programmi.

Gli scavi riportarono alla luce il misterioso esercito di terracotta: seimila statuette tutte diverse tra loro, che includevano soldati, cortigiani e acrobati.

Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina era così assillato dalla morte, che già da adolescente ordinò di costruire un grande mausoleo che contenesse tutto ciò di cui avrebbe potuto avere bisogno una volta deceduto, compreso un esercito che potesse garantirgli protezione.

Per questo motivo, per oltre duemila anni, l’armata di guerrieri a grandezza naturale è rimasta sepolta in fosse adiacenti alla tomba. Ci si chiede ancora oggi come gli artigiani dell’epoca abbiano potuto compiere l’impresa di riprodurre uomini completi di molti minuziosi dettagli.

La tomba dell’imperatore resta ancora da scoprire perché non è stato effettuato ancora alcun scavo per paura di danneggiare il contenuto, si dice.

Le cronache dell’epoca successiva alla morte di Qin Shi Huang raccontano di grandi tesori, senza però mai accennare all’esercito di terracotta.

Le statue sono composte da varie parti incollate tra loro, facendo supporre una sorta di produzione in serie, con laboratori che producevano le braccia, altri i busti e così via. I soldati erano quasi tutti armati e si pensa che, originariamente, fossero sepolte circa quarantamila armi di bronzo, nel tempo rubate o corrose dalla ruggine. 22.780 metri quadrati che ospitano 7.400 tra guerrieri e cavalli di terracotta a grandezza superiore alla naturale e 130 carri da guerra. Un capolavoro avvolto dal mistero annoverato tra le meraviglie del mondo che fa parte dell’UNESCO.





Consiglio gourmet

 

Xi’an è famosa in Cina per la Yáng Ròu Pào Mó, una zuppa a base di un saporito brodo fatto con carne di montone o pecora, servita con sottili spaghetti di riso, aglio, sottaceti e pane locale non lievitato, da sbriciolare nel piatto prima che venga versato il brodo. Per provare la zuppa come farebbero gli abitanti di Xi’An, cercate Lao Sun Jia (secondo piano, Dong Daije): non è facile da trovare, cercate l’insegna al secondo piano di un centro commerciale lungo Dong Dajie. Il servizio è un po’ sbrigativo, ma è uno dei ristoranti più antichi di Xi’an e merita una sosta.

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#Sognaconnoi
Di Devis Bellucci

C’è una storia che narra di un giorno d’estate, quando Dio raccolse davanti a sé i popoli del mondo per assegnare a ognuno una terra. Tutti accorsero e cominciarono ad accapigliarsi per avere la terra migliore. Tutti, meno i Kirghisi. Essendo un popolo nomade, come sempre in quella stagione se ne stavano con le bestie nei pascoli d’alta quota, così non si accorsero della chiamata di Dio. Quando arrivò l’inverno, finalmente anche i Kirghisi scesero a valle, scoprendo che ogni terra era ormai occupata da un altro popolo e non c’era più posto per loro. Pieni di sconforto, chiesero aiuto a Dio. Lui rispose: «Mentre assegnavo le terre del mondo, solo voi eravate intenti nel vostro faticoso lavoro, invece di litigare con gli altri per avere il luogo migliore dove vivere. Per questo, io vi dono la mia dimora estiva». 

 



Il Kirghizistan, un remoto santuario alpino in seno all’Asia

Di tutte le nazioni dell’Asia Centrale che facevano parte dell’Unione Sovietica, questa è la più remota, sconosciuta e incontaminata. La quasi totalità del Kirghizistan, incastonato tra Cina, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan, è montuoso: l’altitudine media del Paese è 2750 metri, con una fetta considerevole di territorio coperta da ghiacciai. La lunga catena del Tien Shan, il cui nome significa montagne celestiali, sovrasta lo sguardo col suo profilo scintillante, tra immensi altipiani di roccia grigia bordati da pascoli fioriti. Si tratta di paesaggi alpini che ricordano le valli svizzere, dove il cammino lungo l’antica Via della Seta, che correva proprio accanto al margine meridionale del Tien Shan, era vegliato da picchi perennemente innevati, spumeggianti nel cielo terso. Il Pik Pobedy – picco della vittoria – è la vetta più spettacolare, una colossale piramide scalata per la prima volta negli anni ’30. La gente del posto la chiama montagna color sangue perché riluce rossastra nel crepuscolo.



Nomadi, cantastorie ed eroi

 

Il Kirghizistan è un Paese multietnico composto, oltre che dai Kirghisi, da Russi, Uzbechi, Tagichi, Ucraini e Tedeschi. I Russi sono la minoranza più consistente e vivono prevalentemente nella capitale Biškek e negli altri centri industriali. Per tradizione i Kirghisi sono sempre stati un popolo nomade, tra i più accoglienti del mondo. Il loro nome deriverebbe da kyrk kyz, ossia 40 ragazze, con un’allusione alla leggenda delle 40 madri dei clan originari. Nonostante secoli di nomadismo e invasioni abbiano mescolato la genetica di questa gente, ancora oggi i Kirghisi ritrovano incarnata la propria identità in uno sterminato patrimonio di miti e racconti, tramandati oralmente e interpretati da cantastorie e menestrelli itineranti, detti akyn. Nomadi tra i nomadi, depositari come biblioteche viventi della memoria storica, si spostavano da un villaggio all’altro, celebrando con acclamatissime performance le battaglie e gli amori delle genti kirghise. L’eroe più celebre è Manas e il poema epico che lo vede protagonista, una sorta di Iliade delle steppe messo per iscritto solo nel XIX secolo, è composto da ben mezzo milione di versi. Solo un ristretto gruppo di akyn, detti manaschi, era in grado di cantare tutta l’epopea di Manas, incantando il pubblico con spettacoli che erano insieme teatro, cinema, poesia e musica.

 



La civiltà della Yurta

 

Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e portallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno… Marco Polo descrive così le suggestive yurte, abitazioni tradizionali dei nomadi diffuse anche tra i kirghisi. Dai viaggi dell’esploratore veneziano è cambiato ben poco e ancora oggi è possibile ritrovarle, come grossi funghi bianchi, nella regione centrale del Paese, dai pascoli verdeggianti di Naryn a quelli di Suusamyr. Sono fatte di feltro, sistemato attorno a un telaio di legno. Lo strato più esterno è trattato con grasso per renderlo impermeabile, mentre all’interno la yurta è riccamente decorata con trapunte, cuscini e tappeti. In queste abitazioni, il cui cuore è il focolare, oltre a dormire e consumare i pasti, le famiglie si riuniscono per prendere decisioni che riguardano la comunità. Si dice che ogni straniero che voglia assaporare un poco l’anima del Kirghizistan debba per lo meno dormire in una yurta, assaggiare il kumys – latte di giumenta fermentato – e montare a cavallo. Questi animali, secondo la tradizione kirghisa, sarebbero le ali dell’uomo.

 



Il lago di Issyk-kul, azzurro perenne nel cuore del Kirghizistan

 
Quasi icona dell’anima kirghisa, tenace, forgiata dalla crudezza della natura, eppure favolosamente ospitale e benevola, c’è un vasto lago nel cuore del Paese che non ghiaccia mai, circondato da monti desolati di una bellezza astratta che si trascinano all’orizzonte sino ai picchi innevati. Il lago di Issyk-kul raggiunge la profondità di 700 metri ed è uno dei più grandi al mondo. Pur ricevendo le acque di tanti torrenti, non ha emissari e continua a esistere grazie a un delicato equilibro tra afflusso ed evaporazione. Leggermente salmastro, l’Issyk-kul riluce in un’inquieta solitudine con le sue acque che sciabordano silenziose, tra ombre sospese in un vuoto abissale. Lungo la costa, sanatori e complessi termali che in passato pullulavano di facoltosi turisti sovietici. Si suppone che un’attività geotermica di profondità contribuisca, insieme al grado di salinità, a non far gelare le acque. Di fronte a un luogo tanto incantevole, tuttavia, le ragioni scientifiche perdono interesse. Meglio provare a dare una forma a qualcuna delle mitiche città che dormirebbero nelle viscere del lago. Si parla di 10 insediamenti e da tempo i cacciatori di tesori scandagliano le acque in cerca di reperti. Qualche anno fa fece clamore l’ipotesi di alcuni archeologi russi, secondo i quali in una di queste città sommerse potrebbero esserci addirittura le reliquie di San Matteo apostolo.



La fiabesca valle di Karkara, porta della terra promessa

 
C’è un’immensa valle a cavallo tra il Kirghizistan, il Kazakistan e la Cina, che costituisce l’accesso orientale al lago Issyk-kul. Se fosse vera la leggenda di Dio che dona la propria dimora estiva ai Kirghisi, probabilmente questo popolo sarebbe passato di qua per arrivare alla terra promessa. Così narra lo scrittore Čyngyz Ajtmatov nel suo libro Il giorno che durò più di un secolo, dove descrive la discesa dei popoli kirghisi, provenienti dalla Siberia, lungo la valle di Karkara. I pochi viaggiatori che si spingono fin qui potrebbero notare, a un certo punto, una collina di sassi di vari colori. Chi avrà la fortuna di riconoscerlo, sappia che si tratta di un luogo sacro. Leggenda vuole che da queste parti fosse passato anche il condottiero Tamerlano col suo esercito, diretto a oriente. Tamerlano ordinò ai suoi soldati di fare un cumulo di pietre prima di procedere oltre, depositando un sasso ciascuno. Anni dopo, tornando dalla spedizione, i reduci raccolsero una pietra per riportarla casa. Quelle che restano, e rimangono lì ancora oggi, ricordano i soldati morti e dispersi. Un memoriale che ogni caduto aveva innalzato, con malinconia, a se stesso, tra i monti del paradiso.

 
Ulugbek, il nipote di Tamerlano, famoso come astronomo e scienziato più ancora che come re, fece costruire durante il suo regno una madrasa di tre piani, che divenne rapidamente un importante centro di studi astronomici. L’Osservatorio di Ulugbek, oggi pressoché scomparso, fu  scoperto solo nel 1905, da un caparbio archeologo russo. Nel 1434 Ulugbek definì la durata dell’anno astronomico in 365 giorni 6 ore 10 minuti e 8 secondi, con la differenza di soli 58 secondi rispetto agli studi attuali. Ai tempi di Ulugbek, Samarcanda diventò il centro delle scienze medievali di fama mondiale e, intorno alla seconda metà del XV secolo, sorse una vera e propria scuola accademica che riunì eminenti astronomi e matematici di tutto il mondo.



Il bazar, cuore battente della città

 
Il Bazar di Siob è tra i luoghi più fotogenici di Samarcanda, dove fare provvista di frutta e pane appena sfornato, all’ombra dei magnifici ruderi della moschea di Bibi-Khanym. Ma cosa comprare di tipico da portarsi a casa? Sicuramente l’artigianato tessile che si compone di alcune varietà. Ci sono i suzani, teli in cotone impreziositi da ricami,  oppure gli ikat, pregiati tessuti in seta, realizzati con un’antica tecnica di tessitura a telaio.  Ma non si può lasciare il paese senza aver acquistato il dopy: uno zucchetto nero, di forma cubica, con decorazioni bianche, che ricordano intrecci di foglie. Questi capelli al momento della vendita sono piegati sul banco come una sorta di busta da lettere. Per valutare la bontà e qualità del cappello c’è un metodo che non tutti conoscono.  Occorre appoggiare una teiera piena sopra il cappello: se la regge senza collassare su se stesso la qualità è ottima, altrimenti vi state prendendo una bella fregatura.

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#Sognaconnoi
di Silvana Benedetti per TravelGlobe

Il Tagikistan, la più piccola delle cinque repubbliche dell’Asia centrale, è un lembo di terra remoto e sconosciuto, incorniciato da catene montuose tanto impervie quanto affascinanti, con vette di oltre settemila metri che si perdono nel cielo.

Una scenografia maestosa ed emozionante, accessibile al solo viaggiatore dal passo lento, che ha occhi per vedere, anima per sentire, e un forte spirito d’avventura.

Un viaggio in Tagikistan è un viaggio ai confini del mondo, in cui si inseguono panorami selvaggi e struggenti, su altipiani a 4000 metri d’altitudine, punteggiati da laghi turchesi, che cambiano colore a seconda dei riflessi del sole. Un luogo dove si sosta nelle case di fango o nelle yurte nomadi, sorseggiando infusi di te salato con latte di capra, una bevanda particolarmente energetica, che sostiene il cammino. Un luogo dove il tempo possiede una sua unica dimensione, scandita dal sorriso e dalla calda ospitalità della sua gente.

 



Tagikistan crocevia di imperi e culture

I tagiki sono diversi dagli altri popoli dell’Asia Centrale, per storia, lingua, origine etnica ed anche religione, visto che parte della popolazione pratica un Islam di diversa scuola rispetto ai paesi confinanti. Fino al IX secolo in questa regione, c’era un solo paese, la Persia, e una sola cultura, quella persiana.

Per quanto nel Tajikistan non manchino i siti storici e archeologici da visitare, il vero patrimonio monumentale sono le montagne, meta fantastica e perfetta per gli escursionisti d’alta quota, per gli amanti dell’arrampicata su roccia e del trekking. Forse con un po’ di fortuna si potrà avvistare anche qualche grande mammifero di montagna come l’orso, il leopardo delle nevi, il lupo, lo yak, lo stambecco, il cinghiale. O qualche magnifico esemplare di aquila reale. E perché no, magari anche lo yeti… mai mettere limiti alla buona sorte! 



Dushanbe: il mercato del lunedì

 

Il suo nome in tagiko significa “lunedì”, poiché tale era il giorno in cui si svolgeva un’importante fiera che attirava artigiani e mercanti da tutta la regione. Questo succedeva fino agli anni ‘20, quando ancora Dushanbe, odierna capitale del Tagikistan, non era che un semplice villaggio di montagna abitato da poche anime.

Nel 1929 fu nominata capitale della Repubblica Socialista Sovietica del Tagikistan e, in onore di Stalin, fu ribattezzata Stalinabad, nome che mantenne fino al 1961. La città porta ancora addosso i segni  e le cicatrici della guerra civile, scoppiata dopo la proclamazione dell’indipendenza del Tagikistan.




Una città in trasformazione

 

Situata a 800 metri di altezza, in una vallata ai piedi delle montagne innevate dell’Hissar e circondata da immensi campi di cotone, la capitale scientifica e culturale del Tagikistan possiede ben poche attrazioni interessanti,  a parte il Museo Etnografico e il Museo delle Antichità,  dove è conservata la statua di un Buddha alta 13 metri risalente a 1500 anni fa. Un pennone di 165 metri, forse il più alto del mondo, costruito per commemorare i 20 di indipendenza, svetta nella piazza principale.  La città però è in rapida trasformazione, sia per il recente restyling, sia per la rinascita sociale e culturale che sta vivendo, elementi che hanno contribuito a rendere l’atmosfera piacevole e distesa. Dushanbe è in ogni caso il migliore punto di partenza per esplorare l’altipiano del Pamir.

 



La spettacolare strada del Pamir

 

Viene chiamato Pamir, ma il suo vero nome è Bam-i-Dunya, che in persiano significa “Il tetto del mondo”. Quello del Pamir è un altipiano vastissimo, dal quale si diramano le più imponenti e maestose catene montuose della terra, l’Hindukush a nord-ovest, il Tien Shan a nord-est, il Karakorum e l’Himalaya a sud-est.

Una delle esperienze più straordinarie, che un viaggiatore può sperimentare, è quella di percorrere  la Pamir Highway — M41, la seconda strada più alta del mondo, dopo quella del Karakorum. Fu costruita dai russi negli Anni 30, per facilitare il trasporto di truppe nei remoti avamposti dell’Impero Sovietico ed è tutt’ora la più suggestiva della regione. La strada, per quanto a tratti sia dissestata e gravemente danneggiata da erosioni e frane, si inerpica attraverso una serie di altipiani con vedute montane straordinarie, profondi laghi turchesi e vallate a perdita d’occhio, paesaggi lunari, mandrie di cavalli e yak, antiche tombe, sorgenti termali e remoti accampamenti di yurte.





Il passo del Cavallo Bianco

 
A nord di Murgab, la strada statale ad alta quota che collega il Tajikistan con il Kyrgyzstan,  supera a 4655 metri l’incantevole  Passo Ak-Batail ( Cavallo Bianco) dal quale si possono facilmente avvistare le  pecore di Marco Polo. Si tratta di una particolare specie di ovino, noto soprattutto per le sue lunghe  e robuste corna,  che prende il nome dal famoso esploratore, il quale descrisse questa razza durante l’attraversamento del Pamir nel 1271. Purtroppo di questa specie ne rimangono in totale soltanto 6000 esemplari e la sua sopravvivenza è fortemente minacciata. Le pecore di Marco Polo vivono solamente sulle montagne del Pamir, nella regione di confine tra Cina, Afghanistan, Pakistan e in questa regione del Tagikistan.



Il lago Kara-Kul e il Parco Nazionale del Pamir

 

La regione, immersa in colorati paesaggi lunari, circondata da montagne dalle nevi perenni,  è quasi completamente disabitata, ad eccezione dell’interessante insediamento di Karakul, un villaggio avvolto da un’atmosfera misteriosa, che sorge a 3600 metri, accanto all’’omonimo lago creatosi in seguito all’impatto di un meteorite, circa 10 milioni di anni fa. Il Karakul Lake, che in kirghiso significa “lago nero”, sebbene il suo colore sia di un azzurro intenso,  è il lago salato più alto dell’altopiano del Pamir, e secondo al mondo.  Il  Karakul Lake  si trova all’interno del Parco Nazionale del Pamir,  annoverato fra i siti Patrimonio Unesco dal 2013, a protezione di un’ampia area dell’est del Tagikistan.

 



Alloggiare in case tradizionali

 
Alcuni degli itinerari che includono questa magnifica porzione di Pamir, consentono di entrare in contatto con la leggendaria ospitalità locale, pernottando in semplici guest-house, o direttamente presso le abitazioni delle famiglie.  Un’esperienza che, per quanto possa risultare faticosa e necessiti un grande spirito di adattamento, si rivelerà indimenticabile e non farà rimpiangere il più lussuoso cinque stelle.



La casa del Pamir 

Dall’esterno, una tradizionale huneuni chid ( casa del Pamir) appare  bassa e allungata, priva di ogni abbellimento estetico. All’interno però, le cose sono diverse. Gli ospiti vengono ricevuti in una grande stanza, la cui caratteristica peculiare è il  soffitto in legno, con un grande lucernario che cattura tutta la luce naturale. Sul soffitto sono simboleggiati i quattro elementi naturali:  Terra, Fuoco, Aria e Acqua.  Tappeti e materassi sostituiscono il tradizionale arredamento. All’ospite viene offerto uno spazio per coricarsi  a terra, un materassino, una pungente coperta di pelle di pecora e una ciotola bollente di “sher chay”, ovvero tè con latte di capra, sale e burro. 

 

Prima di lasciare il Tagikistan non dimenticate di volgere l’ultimo sguardo all’indietro, per riempirvi gli occhi dello straordinario spettacolo offerto dal Pamir, affinché il ricordo rimanga il più a lungo impresso nella memoria.

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#Sognaconnoi
di Silvana Benedetti per TravelGlobe

E non vi ho raccontato neanche la metà di ciò che ho visto.  
Marco Polo

Assalomu alaykum! Benvenuto in Uzbekistan, crocevia e culla di antiche civiltà, testimone della grandezza e della decadenza degli imperi mongoli e persiani, tappa straordinaria e previlegiata che riporta sulle tracce dell’antica Via della Seta.  Racchiuso nel cuore dell’Asia centrale, separato dal mondo da aspri deserti e montagne, l’Uzbekistan seduce con i suoi racconti di  imperi fiabeschi e di caravanserragli, dove si mescolano, come in un caleidoscopio, spezie, tessuti e  pietre preziose, valorosi cavalieri e dispotici emiri, ricchi mercanti e avventurosi viaggiatori.

Qui, dove si intrecciano culture altrove inconciliabili, passarono Marco Polo e Alessandro Magno, si scontrarono genio e lungimiranza di Tamerlano e la furia distruttrice di Gengis Khan.  

Un Paese che conserva un immenso patrimonio architettonico islamico, dove  sorgono alcune tra le  più mitiche città dell’immaginario collettivo che rispondono ai nomi di Khiva, Bukhara, Samarcanda. Città di una bellezza assordante, tra le più antiche del mondo, che ammaliano con la potenza della pietra e l’armonia degli spazi, con la magnificenza delle  moschee e delle madrase, dove i toni del blu dei mosaici virano in mille giochi di turchese,  sfidando le sfumature della volta celeste. 

Benvenuti in questo Paese, dove è una delizia  perdersi nel dedalo dei bazar chiassosi e colorati, seguendo l’aroma denso dei profumi speziati, tra i volti rugosi dei venditori di frutta e dolciumi,  inalando i vapori dai pentolini fumanti d’infusi, per proteggersi contro il malocchio.

 



Khiva, una città di briganti nel cuore del deserto

Khiva, la città-museo a cielo aperto, sospesa nel tempo dentro a un cuore di sabbia, racchiusa dalle possenti mura d’argilla, custodi gelose di un centro storico medievale tra i meglio conservati dell’Asia Centrale. Con oltre 50 monumenti storici e 250 vecchie abitazioni, gli harem, le colonne di legno intarsiato, i vicoli polverosi, le cupole azzurre, le piastrelle smaltate, le imponenti madrase e i minareti finemente scolpiti che puntellano il cielo. Con l’atmosfera da ultima frontiera, più forte che mai.

Situata a sud del fiume Amu Darya, Khiva fu un tempo un’oasi, l’ultimo punto di ristoro per le carovane prima di mettersi in viaggio verso la Persia.  Per raggiungere Khiva bisogna attraversare il deserto del Kizilkum e costeggiare il confine con il Turkmenistan, lungo un percorso che ancora nel XIX secolo era infestato da predoni in cerca di ostaggi da vendere al mercato degli schiavi di Khiva.  I kazaki delle steppe e i turkmeni del deserto portavano qui le loro prede, che poi venivano ammassate dai mercanti nelle logge della porta est. Una volta incatenati, venivano esposti alla valutazione degli acquirenti, che ne misuravano le dimensioni, stimavano la prestanza fisica, azzardavano quanto gli rimanesse da vivere e quali lavori fossero ancora in grado di svolgere. Al mercato degli schiavi di Khiva erano i giovani maschi russi ad avere i prezzi più alti. Così riportò il generale Morav’ev al ritorno da quella cittadella fortificata dove si era recato per conto dello zar di Russia, auspicando una collaborazione commerciale tra i due paesi che fosse vantaggiosa per entrambi.

Questa era Khiva: una città di briganti e di grandi Khan, di uomini crudeli e di uomini illuminati, che insieme  hanno scritto la storia della citta, alternando splendore e decadenza. Una storia che ha visto questo luogo sbiadire come fango cotto al sole, e poi di nuovo riaccendersi e riprendere colore; come succede ancora, ogni sera, quando i profili di Khiva  si inondano dei meravigliosi bagliori rosso-arancio del tramonto.

 



Amu-Darya: il fiume che non c’è

 

La via che porta a Bukhara si snoda ai margini del grande letto dell’Amu-Darya, uno dei grandi fiumi dell’Asia centrale che nasce nelle montagne del Pamir,  segnando nella parte orientale il confine tra l’Uzbekistan ed il Turkmenistan. Il mitico fiume,  chiamato dai latini Oxus, citato in numerosi testi da Erodoto e dal geografo greco Strabone, attraversato dall’armata di Alessandro Magno, che impiegò ben  5 giorni e 5 notti per compiere l’impresa, è certamente oggi molto diverso da quello decantato nell’antichità.  Sebbene le sue secche offrano a tratti degli spaccati di insolita bellezza, il fiume non ha più l’aspetto imponente di un tempo a causa delle numerose canalizzazioni “selvagge”, dello sfruttamento delle acque, e del dissennato scarico di sostanze chimiche, che hanno cambiato radicalmente la struttura del territorio.

 



Bukhara, il luogo dello spirito

 

Bukhara, la Nobile, la Santa, La Perla dell’Islam. Ricca di edifici millenari nascosti tra le pieghe delle possenti mura, è meno presente nell’immaginario collettivo occidentale rispetto a Samarcanda. Eppure, i 140 monumenti protetti, fanno della città forse la destinazione più suggestiva e ricca di fascino dell’Uzbekistan. Un detto locale recita che Samarcanda rappresenta la bellezza in terra, mentre Bukhara è la bellezza dello spirito. Nel periodo del suo massimo splendore, Bukhara fu infatti un importante centro culturale in cui si svilupparono le scienze e divenne la sede della biblioteca più ricca e grande del mondo islamico.

Una città, un tempo, talmente fiorente da suscitare l’odio di Gengis Kan, che la ridusse in polvere e pietre, risparmiando dalla sua furia devastatrice solo il  Minareto Kalyan, ancora  oggi  simbolo principale e punto di riferimento della città. Il minareto è  alto circa 47 metri, e la torre superiore è costituita da 16 finestre ad arco, dalle quali il muezzin richiama i fedeli.



Pause rigeneranti tra gelsi e vapori

 
Dopo essersi riempiti gli occhi delle numerose meraviglie sparse per la città e percorso il labirinto delle vie secondarie, dove si celano sinagoghe e  santuari sufi,  ci si conceda una sosta in  piazza Lyabi-Hauz. Un posto fresco e incantevole, costellato da alberi di gelso, vecchi di oltre cinque secoli, osservando la vita del luogo, mentre si sorseggia una tazza di tè. Un’altra pausa rigenerante si può fare all’Hamman Bozori Kord,  risalente al XIV secolo, molto frequentato dagli abitanti della città;  trascorrervi qualche ora, respirando pace e vapori, può essere una buona maniera per assaporare un pezzo autentico della vita cittadina.



I tappeti Bukhara

 
La città presta il nome ai tappeti tra i più rinomati e famosi in tutto il mondo: i Bukhara. Il loro classico disegno basato sulla ripetizione di motivi “gul” disposti regolarmente su tutto il manufatto, è uno splendido esempio di equilibrio e armonia delle forme e dei fregi.  I materiali sono un vero fiore all’occhiello; infatti le lane dei Bukhara russi sono di una morbidezza e lucentezza uniche,  molto piacevoli  al tatto.  La gamma dei decori usati dai vari popoli è vastissima ma è possibile individuarne alcuni, decisamente più ricorrenti. Il disegno “Bothè” ha origini remote e ricorda per la sua forma una goccia d’acqua o una mandorla o ancora una fiamma o una foglia. L’“Herati” è il motivo principe dei tappeti orientali: una rosetta racchiusa in un rombo lungo ai cui lati sono disposte quattro foglie allungate ed altre quattro rosette. Il “Gul” è l’ottagono che decora la maggior parte dei tappeti turcomanni: caratteristico nei tappeti di Bukhara in cui si trova ripetuto su tutto il campo, è realizzato in vari modi, a seconda della zona di annodatura.



Samarcanda: sotto il segno di Tamerlano

 

Samarcanda: un nome che si scioglie in bocca, dolce come il miele. Capitale millenaria, che sprigiona la forza mitica di Atlantide. Nessuna città ha un nome così evocativo: appena lo pronunci l’Oriente ti assale. Samarcanda, storico crocevia della Via della Seta e collante tra Oriente e Occidente,  dalla notte dei tempi  è fonte di ispirazione di poeti, scrittori e musicisti. Un antico detto recitava “ Se vuoi che una storia faccia il giro del mondo la devi raccontare al mercato di Samarcanda”;  questo fa capire il ruolo ricoperto dalla città,  vecchia di 2.700 anni, dichiarata nel 2001 patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sotto il titolo di “Crocevia di Culture”.


“Tutto quello che ho udito di Marakanda è vero, tranne il fatto che è più bella di quanto immaginassi”.
Alessandro Magno

 


Quando nel 329 a.C. Alessandro Magno la raggiunse nella sua cavalcata trionfale verso oriente, la città era chiamata Marakanda, ma di quella magnifica capitale dell’antichità non rimane quasi nulla. Nel 1220 arrivò la furia distruttiva di Gengis Khan, il quale sferrò un attacco devastante, che mise a ferro e fuoco parte dei suoi splendidi palazzi, inclusa la moschea principale.  Per Samarcanda sembrava giunta la fine. E invece no!   Come l’araba fenice, la città risorse dalle proprie ceneri, grazie all’eroe uzbeko Tamerlano, che decise di rifondarla, per farne il centro del suo impero. Nell’arco di 35 anni, questa sorta di Lorenzo il Magnifico,  plasmò una città quasi mitica, epicentro economico e culturale dell’Asia Centrale,  facendo costruire sublimi ed immensi monumenti, capolavori di arte islamica.



Tra le meraviglie di Samarcanda

 
Nonostante l’usura del tempo, i terremoti, le guerre e le invasioni, la città ha mantenuta  inalterata la sua magia e il suo splendore; i suoi monumenti, di emozionante bellezza, incarnano ed enfatizzano la sua anima vibrante. Tra le meraviglie di Samarcanda, c’è il suggestivo Registan, che significa “luogo sabbioso”, uno dei complessi architettonici più straordinari al mondo.   I tre maestosi edifici che ne fanno parte, sono le madrase più antiche sopravvissute fino ad oggi. Un tripudio armonioso di maioliche, mosaici azzurri e ampi spazi, un incanto amplificato, se osservato alle prime luci dell’alba.  Da non perdere anche il sepolcro del sovrano il Gur-e-Amir, lo spettacolare viale di tombe della dinastia timuride e la maestosa moschea di Bibi-Khanym, gioiello di Tamerlano, terminata poco prima della sua morte.

 



Città delle  scienze e dell ’astronomia

 
Ulugbek, il nipote di Tamerlano, famoso come astronomo e scienziato più ancora che come re, fece costruire durante il suo regno una madrasa di tre piani, che divenne rapidamente un importante centro di studi astronomici. L’Osservatorio di Ulugbek, oggi pressoché scomparso, fu  scoperto solo nel 1905, da un caparbio archeologo russo. Nel 1434 Ulugbek definì la durata dell’anno astronomico in 365 giorni 6 ore 10 minuti e 8 secondi, con la differenza di soli 58 secondi rispetto agli studi attuali. Ai tempi di Ulugbek, Samarcanda diventò il centro delle scienze medievali di fama mondiale e, intorno alla seconda metà del XV secolo, sorse una vera e propria scuola accademica che riunì eminenti astronomi e matematici di tutto il mondo.



Il bazar, cuore battente della città

 
Il Bazar di Siob è tra i luoghi più fotogenici di Samarcanda, dove fare provvista di frutta e pane appena sfornato, all’ombra dei magnifici ruderi della moschea di Bibi-Khanym. Ma cosa comprare di tipico da portarsi a casa? Sicuramente l’artigianato tessile che si compone di alcune varietà. Ci sono i suzani, teli in cotone impreziositi da ricami,  oppure gli ikat, pregiati tessuti in seta, realizzati con un’antica tecnica di tessitura a telaio.  Ma non si può lasciare il paese senza aver acquistato il dopy: uno zucchetto nero, di forma cubica, con decorazioni bianche, che ricordano intrecci di foglie. Questi capelli al momento della vendita sono piegati sul banco come una sorta di busta da lettere. Per valutare la bontà e qualità del cappello c’è un metodo che non tutti conoscono.  Occorre appoggiare una teiera piena sopra il cappello: se la regge senza collassare su se stesso la qualità è ottima, altrimenti vi state prendendo una bella fregatura.

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