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Transasiatica 2017

Siamo in Cina, dopo 4000 km sulla Via della Seta!

Oggi la sveglia presto è una benedizione.
Ieri notte faceva davvero freddo, dopo le giornate precedenti vicine ai 40 gradi , mitigate dai passi a quasi 5.000 mt, non eravamo preparati. Il Kyrgyzstan ci aveva accolto con i suoi prati verdissimi bagnati di pioggia e con temperature intorno ai 7-8 gradi, e noi abbiamo risposto con una passeggiata a Sary-Tash, dove siamo alloggiati nella casa di una famiglia locale, e poi una corsa a rintanarci nella Yurta destinata ai pasti, accoccolati vicino alla stufa ad ascoltare i racconti della nostra guida, Beghaim.

Sapevamo che oggi ci aspettava una frontiera particolarmente impegnativa (ma non immaginavamo quanto!), quella con la Cina, quindi abbiamo puntato le sveglie alle 5.30. Che poi sarebbero state le 4.30, visto che rispetto al Tajikistan da cui proveniamo le lancette dell’orologio vanno spostate di un’ora avanti. Beh, una volta riemersi dalle coperte abbiamo scoperto che durante la notte la pioggia si era trasformata in neve, rendendo immacolate le cime montuose attorno a noi, con il Lenin Peack che svetta su tutte. L’alba le tinge di un rosa commovente, mentre i prati ancora in ombra iniziano a prendere vita sotto i passi dei Kyrgyzi, che portano al pascolo le loro mucche e i cavalli.


Le selle delle moto sono congelate, subito dopo colazione iniziamo a pulirle e poi ci avviamo. La strada verso il confine è un nastro nero annodato nel bianco immacolato della brina e della neve montana, un cambio di prospettiva pazzesco rispetto al rosso delle rocce del Pamir! Nonostante il tempo stringa, soprattutto per il nostro amico Paolo ha un aereo da prendere in Cina,  non riusciamo a trattenerci e ci fermiamo ad ammirare il panorama e a far contenti i fotografi che fremono nel furgone che ci segue. Davvero uno spettacolo unico, il modo migliore che ha trovato il Kyrgyzstan per farci capire che un solo giorno nei suoi confini è decisamente troppo poco, e che si meriterà una visita più accurata. Lo prendiamo come un invito che anche la nostra guida  Beghaim ci fa promettere di onorare, nella speranza, sincera, di tornare.





La nostra avventura si avvia alla conclusione, ma non è ancora tempo per la nostalgia. Abbiamo 180 km prima di raggiungere Kasghar, la nostra meta cinese. Ma tra noi e l’agognata meta c’è di mezzo… la frontiera, che è ben peggio del mare! Ore e ore a ripetere le stesse cose: passaporti, check in, controllo bagagli. Ogni volta speriamo che sia l’ultima e ogni volta non lo è. I disagi anche oggi non mancano: dobbiamo superare alcuni tratti di svariati chilometri di “no man’s land” che operatori e fotografo dovrebbero farsi a piedi…. dovrebbero, in realtà, colti da pietà torniamo indietro e li carichiamo sulle moto, trascinando i loro bagagli sulle rotelle come improvvisati e traballanti carretti. Per non parlare del camion al quale abbiamo chiesto il favore di portarci i bagagli più pesanti come ruote di scorta delle moto e attrezzature varie che nel bel mezzo di una curva in salita nella “terra di nessuno” perde completamente l’asse delle ruote posteriori!

E via, iniziamo una spola con le moto per recuperare i bagagli e portarli fino al confine cinese, mentre il povero autista guarda incredulo e sconsolato il suo autotreno monco inchiodato nel nulla. Che poi proprio nulla non è;  il paesaggio è comunque spettacolare, con le rocce modellate dal vento in forme assurde che svettano verso l’alto e le montagne innevate a fare da sfondo in lontananza. 
Lo “stile” di questa frontiera non si avvicina minimamente alle precedenti: è un enorme cantiere, tutto un brulicare e un lavorio, l’asfalto una tavola da biliardo immacolata, i gesti dei doganieri precisi e meccanici. 

I controlli molto, ma molto più pignoli di qualsiasi altro subito fino ad ora: abbiamo atteso ore davanti ad una macchina che misura la temperatura corporea con gli infrarossi; altro tempo infinito lo abbiamo passato nell’attesa che un enorme TAC scansionasse le nostre Guzzi  V7III Stone una per una, poi  tutti i nostri bagagli….Dopo una quantità di ore che non riusciamo più a contare finalmente entriamo in territorio Cinese e, sinceramente stremati ci rimettiamo alla guida che viviamo come una specie di premio. 

Ci godiamo queste ultimi chilometri sapendo che a circa 80 km dalla nostra meta, Kashgar,  purtroppo ci dobbiamo separare dalle nostre compagne di questo ineguagliabile viaggio…dobbiamo proprio farlo. E’ il momento di dare l’addio alle nostre Guzzi V7 III Stone. Sono arrivate tutte a destinazione, lasciando orgogliosamente disoccupati i mezzi di soccorso che si sono avvicendati nei diversi Paesi attraversati. Nell’assecondarci su ogni manto stradale, su ogni impervio percorso, senza mai darci problemi seri di alcun genere, hanno compiuto un’impresa epica, sembrano saperlo bene. Le salutiamo come se ci togliessero qualcosa che ormai era tutt’uno con noi e ci rendiamo conto anche noi che siamo arrivati per davvero: siamo in Cina! 


Kashgar è una città millenaria che fu la porta d’ingresso della Via della Seta e crocevia commerciale tra Pakistan, India, Tajikistan e Uzbekistan; tutto intorno sfrecciano silenziosissimi gli scooter elettrici, le strade si riempiono dell’odore di cibo speziato, le insegne luminose con ideogrammi cinesi e  scritte in arabo portate dalla vicinanza del confine, prendono il posto del sole che sta tramontando. Domani ci aspetta Canton, dove, sicuramente, mangeremo riso …alla cantonese?
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#Sognaconnoi
di Federica Giuliani

La Cina è più vicina per tanti motivi, ma dire semplicemente “Cina” riferendosi al continente immenso qual è, sembra sminuire il grande impero che fu e la sua cultura millenaria. Terra di commercianti, vista la sua importanza lungo la mitica Via della Seta, è anche un Paese dove ci sono luoghi rimasti quasi immuni allo scorrere del tempo. Kashgar e Xi’An sono tra quelli e restano testimoni di una storia antica di cui andare fieri.

 



Kashgar e l’Islam

Una delle oasi più importanti dell’antica Via della Seta era Kashgar dove mercanti arabi, mongoli, europei e cinesi si incontravano per scambiare merci, anche se oggi i suoi moderni palazzi la rendono simile a ogni altra città cinese. Resta ituttavia nteressante perché possiede uno dei centri urbani tipici islamici meglio conservati dell’Asia centrale.

Anche se l’alta statua di Mao Tse-tung non identifica il fulcro cittadino, rappresenta il simbolo per eccellenza, che sembra affermare il potere cinese su Kashgar. È la grande moschea del 1400, infatti, il cuore cittadino. Nonostante, di fatto, qui siano tutti cinesi sono le barbe lunghe ad attirare l’attenzione. Ma anche il velo che quasi ogni donna indossa per coprire testa e corpo. Non si considerano cinesi, ma Uygur: uno dei tanti popoli che si sente costretto in un territorio che non sente proprio. Qui non si mangiano noodles ma stufati di montone e pane naan e il fuso orario non è quello imposto per la Cina intera, ma uno più adatto alle loro esigenze. Intorno alla moschea tutto è mantenuto in ordine: le strade, i mercati, i negozi ma mentre tutto il resto intorno cresce ed evolve, la giornata a Kashgar è scandita ancora dal richiamo alla preghiera proveniente dai minareti.

Kashgar è a due passi dal confine; da qui si possono raggiungere la leggendaria Karakorum Highway, che porta in Pakistan, l’Afghanistan e il Tajikistan e, superando due passi di montagna, si arriva in Kyrgyzstan.

 



L’antica Xi’An

 

Antica e affascinante, Xi’An si trova tra i due affluenti del fiume Wei. Durante il periodo Tang raggiunse il suo massimo splendore, diventando forse il centro più popoloso del mondo e punto di incrocio per gli scambi culturali con Paesi stranieri. Proprio da qui partiva la Via della Seta, che collegava Cina e Occidente e attirava commercianti in cerca di fortuna e viaggiatori avventurosi. Costruita a scacchiera, presenta mura di cinta perfettamente conservate. Alte 12 metri con una torre di guardia situata a ogni angolo, per visitarle si può fare una passeggiata a piedi o noleggiare una bici e godersele in tranquillità. Per un viaggio attraverso il buddismo, la sua filosofia e la sua arte bisogna, invece, raggiungere il tempio Daci’en e la pagoda della Grande Oca Selvatica.

Entrambi protetti dallo Stato, furono eretti durante la dinastia Tang in memoria della madre del principe Li Zhi e per custodire i sutra classici. La Pagoda oggi si sviluppa su sette piani con una struttura di forma piramidale decrescente a base quadrata; al suo interno una scala conduce fino in cima. Mentre nel tempio le torri della Campana e del Tamburo sono disposte l’una di fronte a l’altra.

 

Ma il simbolo più celebre di Xi’An è l’esercito di terracotta. Quando, nel 1974, alcuni contadini iniziarono a scavare nella provincia dello Shaanxi per realizzare un pozzo, una scoperta straordinaria cambiò i loro programmi.

Gli scavi riportarono alla luce il misterioso esercito di terracotta: seimila statuette tutte diverse tra loro, che includevano soldati, cortigiani e acrobati.

Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina era così assillato dalla morte, che già da adolescente ordinò di costruire un grande mausoleo che contenesse tutto ciò di cui avrebbe potuto avere bisogno una volta deceduto, compreso un esercito che potesse garantirgli protezione.

Per questo motivo, per oltre duemila anni, l’armata di guerrieri a grandezza naturale è rimasta sepolta in fosse adiacenti alla tomba. Ci si chiede ancora oggi come gli artigiani dell’epoca abbiano potuto compiere l’impresa di riprodurre uomini completi di molti minuziosi dettagli.

La tomba dell’imperatore resta ancora da scoprire perché non è stato effettuato ancora alcun scavo per paura di danneggiare il contenuto, si dice.

Le cronache dell’epoca successiva alla morte di Qin Shi Huang raccontano di grandi tesori, senza però mai accennare all’esercito di terracotta.

Le statue sono composte da varie parti incollate tra loro, facendo supporre una sorta di produzione in serie, con laboratori che producevano le braccia, altri i busti e così via. I soldati erano quasi tutti armati e si pensa che, originariamente, fossero sepolte circa quarantamila armi di bronzo, nel tempo rubate o corrose dalla ruggine. 22.780 metri quadrati che ospitano 7.400 tra guerrieri e cavalli di terracotta a grandezza superiore alla naturale e 130 carri da guerra. Un capolavoro avvolto dal mistero annoverato tra le meraviglie del mondo che fa parte dell’UNESCO.





Consiglio gourmet

 

Xi’an è famosa in Cina per la Yáng Ròu Pào Mó, una zuppa a base di un saporito brodo fatto con carne di montone o pecora, servita con sottili spaghetti di riso, aglio, sottaceti e pane locale non lievitato, da sbriciolare nel piatto prima che venga versato il brodo. Per provare la zuppa come farebbero gli abitanti di Xi’An, cercate Lao Sun Jia (secondo piano, Dong Daije): non è facile da trovare, cercate l’insegna al secondo piano di un centro commerciale lungo Dong Dajie. Il servizio è un po’ sbrigativo, ma è uno dei ristoranti più antichi di Xi’an e merita una sosta.

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Transasiatica 2017

Il nostro viaggio non finirà a Canton

Il volo verso Canton è stato lunghissimo, condito dal disagio dei vuoti d’aria provocati da un tempo instabile a causa delle trombe d’aria che vedevamo, per fortuna, solo in lontananza. Canton ci accoglie con un clima tropicale,  sembra di entrare d’improvviso in una serra visto il tasso d’umidità insopportabile! La città, con i suoi 12 milioni d’abitanti, ci appare subito immensa e brulicante di persone quando, ormai a mezzanotte,  arriviamo in albergo ed elemosiniamo una cena. 

La mattina è dedicata ad un incontro che ci sta molto a cuore con il General Manager Piaggio Cina che ci ha raggiunti per celebrare il successo di un viaggio che rimarrà negli annali delle nostre due Aziende: un’avventura che spesso ha spinto sia noi che le moto a limiti estremi, ma, come si dice,  “l’unione fa la forza”! Gli abbiamo raccontato i momenti più suggestivi della nostra impresa, condividendo il sano orgoglio per “avercela fatta”, noi in sella alle fide Guzzi V7 III Stone.

È stato un onore, poi, avere con noi anche la Deputy Consul General di Canton e il suo staff, nonché la direzione dell’ICE, istituzione attenta a valorizzare la presenza dell’imprenditoria italiana in loco. Il calore con cui ci hanno accolto ha certamente aggiunto ancora valore a questo viaggio, di per se straordinario, nel sottolineare l’importanza di due eccellenze italiane, cibo e motori, che si incontrano in Cina. Non nascondiamolo, per noi è una grande soddisfazione!!





Uno squisito pranzo tutti insieme,  in stile cantonese, ha chiuso la nostra mattinata:  tra le tante prelibatezze che ci hanno fatto assaggiare, il vero riso cantonese (senza uovo né piselli, ma ne eravamo certi!), l’immancabile anatra laccata e dei litchis enormi, succosissimi, con un nocciolo minuscolo. Una delle cose più buone che ci sia mai capitato d’assaggiare, nulla a che fare con  quelli minuscoli troviamo in Italia. Ci spiegano che questa particolare qualità matura esattamente in questo periodo e che sono perfetti solo per dieci, quindici giorni; questi che abbiamo mangiato sono il primo raccolto. 

Stasera ci aspetta l’aereo che ci porterà a Istanbul e da lì a Milano, ma prima ci buttiamo nella “sauna” fuori dall’albergo per dirigerci verso il mercato officinale, dove si vendono i rimedi tradizionali della medicina cinese; c’è di tutto, dagli scorpioni vivi alle rane essiccate, passando per zoccoli di cerbiatto e meduse disidratate!
Tutto intorno è un brulicare di vita e mezzi, molti dei quali elettrici, ma meno di quanti ne avevamo visti a Kashgar. Eppure, in questo caos, gli incastri dei flussi umani sembrano in qualche modo ordinati, con un loro corso ben preciso che in questo momento include anche noi, la nostra curiosità, le macchine fotografiche e le domande.
Quando è quasi ora d’andare ci sparpagliamo, ricordandoci d’un tratto, praticamente all’unisono, che domani saremo in Italia e che nessuno di noi ha un regalino da portare ad amici e parenti! Così risaliamo sul pullman che ci porterà in aeroporto madidi di sudore, spossati, ma ognuno un ricordo per chi ci aspetta a casa: pashmine, orologi, qualche giocattolo, un ventaglio. 
Siamo in aeroporto, il momento è arrivato, ci aspetta il volo per Istanbul. E il sapore adesso è innegabilmente quello della nostalgia.

I giorni in sella alle Guzzi V7 III Stone, centauri seri con il nostro equipaggiamento Dainese, sembrano già lontanissimi; i telefoni ricominciano a squillare e chi risponde parla già di appuntamenti, pagamenti, commercialisti e impegni vari (orrore!). Che volete farci, i viaggi in fondo sono belli anche per questo. In qualche modo è giusto che finiscano, altrimenti non sarebbero viaggi. La programmazione, l’eccitazione della partenza, l’avventura, la conclusione, la nostalgia e i racconti fanno tutti parte di quel “grande gioco” del muoversi. Cerchi che si chiudono e che solo così trovano la loro perfezione.

Siamo felici. Ci aspettavamo che sarebbe stato così? No. Ci aspettavamo tutta questa fatica? No. E questo affiatamento? Nemmeno. Soprattutto non ci aspettavamo che esistesse una porzione di mondo tanto grande non ancora intaccata dall’ipertrofia della vita moderna, una sorpresa enorme per tutti, un regalo immenso. Le nostre Guzzi V7 III Stone sono state delle compagne di viaggio perfette, docili, dolci quanto basta, ma anche aggressive e capaci di dominare strade molto più ostili rispetto a quelle per cui sono state progettate. Lo stesso dicasi per Dainese, ma in realtà è una conferma. Un sentito, avvolgente grazie se lo stra-meritano, anche per averci fatto sentire una presenza costante e rassicurante per tutti gli oltre 4000km percorsi. Arrivederci in Italia!
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