Transasiatica 2017

Tappa 15 – 28 giugno
Lago Karakul – Sary Tash

Siamo orgogliosamente viaggiatori, non turisti

Dopo “aver litigato” con la corrente elettrica razionata e l’assenza del wi-fi, ma freschi per il meritato riposo in un’atmosfera calda e accogliente nonostante la temperatura sia scesa bruscamente, ci sentiamo finalmente dove volevamo essere: in un luogo lontano, ad assaporare vite diverse da quella a cui siamo abituati, per poter viaggiare davvero e smettere di essere solo turisti. 

Ci mettiamo in sella ben coperti, perché il clima è decisamente più rigido dei giorni scorsi: la prima tappa di oggi è il lago Karakul, un immenso bacino d’acqua salata formatosi in seguito all’impatto con un meteorite, circa 10 milioni di anni fa. La strada è ancora una sequenza di quadri incredibili dipinti da madre natura. Oggi sono solamente 150 chilometri ad attenderci, ma sono così intensi che si sembrano 400, o 1000, o infiniti… 

Da quanto tempo siamo qui? Non lo sappiamo più, i giorni si moltiplicano e si sovrappongono, la quantità di paesaggi che attraversiamo confondono lo scorrere del tempo che diventa una linea indistinguibile di emozioni.

Proseguiamo a nord di Murghab seguendo una zona “neutrale” recintata tra il Tajikistan e la Cina e superiamo i 4665 mt dell’Ak-Baital Pass, il passo del Cavallo Bianco, il punto più alto di questa nostra avventura transasiatica. Questa regione è quasi completamente disabitata, ogni tanto avvistiamo delle sagome in lontananza e ci chiediamo se sono le pecore “Marco Polo”, una specie autoctona e protetta. Il lago ci appare in lontananza, alla fine di un rettilineo vertiginoso, come una lama di un blu cobalto che spezza in due la linea marrone del terreno sassoso dal profilo azzurrognolo delle vette innevate sullo sfondo. 

Oggi passiamo due confini, sempre immersi in paesaggi mozzafiato. Per i fotografi e gli operatori continua quella che chiamano “tortura e godimento”. Godimento perché tutto è stupendo, tortura perché davvero sembra che non ci sia mai un momento per posare l’attrezzatura: ogni volta che pensano di aver fatto “lo scatto del giorno”, girandosi trovano una veduta ancor più bella, e di nuovo partono mille scatti e riprese!


Siamo orgogliosamente viaggiatori, non turisti
Lago Karakul, una lama di un blu cobalto tra il terreno sassoso e le vette innevate
Sulla sponda del lago Karakul
Verso il confine tajiko
I container al confine tajiko
Dopo 10 km di nuovo fermi al confine per il severo controllo
Nuovi tratti somatici
Siamo entrati in Kyrgykistan il paesaggio cambia drasticamente
Questa yurta è il nostro punto ristoro di oggi
Mentre pranziamo la nostra guida spiega il percorso che ci attende
...Lungo la strada che ci porta al lago...
...resti di una storia antica
Il nostro letto questa notte sembra più confortevole del precedente



La prima frontiera è quella del confine Tajiko, presso Kyryl Art Pass, a 63 km da Karakul. Un avamposto che sembra tranquillo, con container a forma di cilindro per alloggiare i soldati che, forse per non annientarsi in questo nulla assoluto, si sono costruiti un rudimentale campo da pallavolo a lato della strada. Tutti chiediamo che ci venga lasciato il visto d’ingresso nel Pamir con il nostro nome scritto in cirillico, un souvenir imperdibile di cui andremo per sempre orgogliosi! Passiamo indenni e senza grandi perdite di tempo il confine; la strada si annoda, sanguinea di terra ferrosa, in mezzo a pinnacoli di roccia che sfumano dal rosso, al marrone, al verde. A soli 10 km, dopo aver oltrepassato una vallata glaciale di una bellezza commovente ed un piccolo guado dove incontriamo un ponte crollato, troviamo il confine del Kyrgyko, molto, ma molto meno tranquillo.

Non che i militari siano aggressivi con noi, ma ci controllano scrupolosamente e requisiscono a tutti il cellulare da cui cancellano le foto della valle che precede il confine. Per la prima volta in questo viaggio ci viene chiesto di aprire tutti i bagagli; l’autista del fuoristrada che ci accompagna viene preso di mira per la ruota di scorta poggiata nel bagagliaio. La ruota si era staccata mentre eravamo lungo il confine afghano, a seguito di un sobbalzo provocato da una delle innumerevoli buche, ma non vogliono sentire ragioni e incalzano con mille domande: “Cosa c’è dentro? Perché non è al suo posto? Cosa stai nascondendo? Credi di poterci fregare così?” Poi, finalmente, ci lasciano andare anche se la guida kirgyza deve rimanere lì con tutti i nostri passaporti a sbrigare formalità infinite.

Il Kyrgyzstan ci dà il benvenuto con un brusco cambiamento su tutti i fronti; il clima diventa più rigido nonostante siamo scesi di quasi 1000 mt e ci costringe a mettere gli interni invernali nelle nostre giacche Dainese, insieme alle calze pesanti dentro agli stivali (benediciamo tutti mentalmente lo scrupolo dei tecnici Dainese che alla partenza hanno insistito per equipaggiarci nel modo più completo!). Il paesaggio si presenta con montagne meno aspre e meno imponenti, ma più rigoglioso e verdissimo. Tutto intorno a noi sterminati greggi di pecore con pastori a cavallo, in praterie sconfinate, punteggiate di yurte; di tanto in tanto qualche asino brado; bambini coloratissimi ci corrono incontro sempre festosi. Anche i tratti somatici sono molto diversi: occhi a mandorla, carnagione più scura, dita sottili.

A pranzo ci sediamo in una yurta e, come da tradizione, iniziamo sbocconcellando dei dolci accompagnati da tè bollente. Arriviamo a Sary Tash non troppo tardi, e pernottiamo anche oggi in un’abitazione locale su una sorta di materasso poggiato al suolo, un poco più morbido della sera prima. Ma poco importa, ci godiamo estasiati l’ultima notte incredibilmente stellata del Pamir: domani lo abbandoneremo definitivamente per avviarci verso la Cina (fa un po’ effetto pensarlo e anche scriverlo!).