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Transasiatica 2017

Siamo orgogliosamente viaggiatori, non turisti

Dopo “aver litigato” con la corrente elettrica razionata e l’assenza del wi-fi, ma freschi per il meritato riposo in un’atmosfera calda e accogliente nonostante la temperatura sia scesa bruscamente, ci sentiamo finalmente dove volevamo essere: in un luogo lontano, ad assaporare vite diverse da quella a cui siamo abituati, per poter viaggiare davvero e smettere di essere solo turisti. 

Ci mettiamo in sella ben coperti, perché il clima è decisamente più rigido dei giorni scorsi: la prima tappa di oggi è il lago Karakul, un immenso bacino d’acqua salata formatosi in seguito all’impatto con un meteorite, circa 10 milioni di anni fa. La strada è ancora una sequenza di quadri incredibili dipinti da madre natura. Oggi sono solamente 150 chilometri ad attenderci, ma sono così intensi che si sembrano 400, o 1000, o infiniti… 

Da quanto tempo siamo qui? Non lo sappiamo più, i giorni si moltiplicano e si sovrappongono, la quantità di paesaggi che attraversiamo confondono lo scorrere del tempo che diventa una linea indistinguibile di emozioni.

Proseguiamo a nord di Murghab seguendo una zona “neutrale” recintata tra il Tajikistan e la Cina e superiamo i 4665 mt dell’Ak-Baital Pass, il passo del Cavallo Bianco, il punto più alto di questa nostra avventura transasiatica. Questa regione è quasi completamente disabitata, ogni tanto avvistiamo delle sagome in lontananza e ci chiediamo se sono le pecore “Marco Polo”, una specie autoctona e protetta. Il lago ci appare in lontananza, alla fine di un rettilineo vertiginoso, come una lama di un blu cobalto che spezza in due la linea marrone del terreno sassoso dal profilo azzurrognolo delle vette innevate sullo sfondo. 

Oggi passiamo due confini, sempre immersi in paesaggi mozzafiato. Per i fotografi e gli operatori continua quella che chiamano “tortura e godimento”. Godimento perché tutto è stupendo, tortura perché davvero sembra che non ci sia mai un momento per posare l’attrezzatura: ogni volta che pensano di aver fatto “lo scatto del giorno”, girandosi trovano una veduta ancor più bella, e di nuovo partono mille scatti e riprese!





La prima frontiera è quella del confine Tajiko, presso Kyryl Art Pass, a 63 km da Karakul. Un avamposto che sembra tranquillo, con container a forma di cilindro per alloggiare i soldati che, forse per non annientarsi in questo nulla assoluto, si sono costruiti un rudimentale campo da pallavolo a lato della strada. Tutti chiediamo che ci venga lasciato il visto d’ingresso nel Pamir con il nostro nome scritto in cirillico, un souvenir imperdibile di cui andremo per sempre orgogliosi! Passiamo indenni e senza grandi perdite di tempo il confine; la strada si annoda, sanguinea di terra ferrosa, in mezzo a pinnacoli di roccia che sfumano dal rosso, al marrone, al verde. A soli 10 km, dopo aver oltrepassato una vallata glaciale di una bellezza commovente ed un piccolo guado dove incontriamo un ponte crollato, troviamo il confine del Kyrgyko, molto, ma molto meno tranquillo.

Non che i militari siano aggressivi con noi, ma ci controllano scrupolosamente e requisiscono a tutti il cellulare da cui cancellano le foto della valle che precede il confine. Per la prima volta in questo viaggio ci viene chiesto di aprire tutti i bagagli; l’autista del fuoristrada che ci accompagna viene preso di mira per la ruota di scorta poggiata nel bagagliaio. La ruota si era staccata mentre eravamo lungo il confine afghano, a seguito di un sobbalzo provocato da una delle innumerevoli buche, ma non vogliono sentire ragioni e incalzano con mille domande: “Cosa c’è dentro? Perché non è al suo posto? Cosa stai nascondendo? Credi di poterci fregare così?” Poi, finalmente, ci lasciano andare anche se la guida kirgyza deve rimanere lì con tutti i nostri passaporti a sbrigare formalità infinite.

Il Kyrgyzstan ci dà il benvenuto con un brusco cambiamento su tutti i fronti; il clima diventa più rigido nonostante siamo scesi di quasi 1000 mt e ci costringe a mettere gli interni invernali nelle nostre giacche Dainese, insieme alle calze pesanti dentro agli stivali (benediciamo tutti mentalmente lo scrupolo dei tecnici Dainese che alla partenza hanno insistito per equipaggiarci nel modo più completo!). Il paesaggio si presenta con montagne meno aspre e meno imponenti, ma più rigoglioso e verdissimo. Tutto intorno a noi sterminati greggi di pecore con pastori a cavallo, in praterie sconfinate, punteggiate di yurte; di tanto in tanto qualche asino brado; bambini coloratissimi ci corrono incontro sempre festosi. Anche i tratti somatici sono molto diversi: occhi a mandorla, carnagione più scura, dita sottili.

A pranzo ci sediamo in una yurta e, come da tradizione, iniziamo sbocconcellando dei dolci accompagnati da tè bollente. Arriviamo a Sary Tash non troppo tardi, e pernottiamo anche oggi in un’abitazione locale su una sorta di materasso poggiato al suolo, un poco più morbido della sera prima. Ma poco importa, ci godiamo estasiati l’ultima notte incredibilmente stellata del Pamir: domani lo abbandoneremo definitivamente per avviarci verso la Cina (fa un po’ effetto pensarlo e anche scriverlo!).

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#Sognaconnoi
Di Devis Bellucci

C’è una storia che narra di un giorno d’estate, quando Dio raccolse davanti a sé i popoli del mondo per assegnare a ognuno una terra. Tutti accorsero e cominciarono ad accapigliarsi per avere la terra migliore. Tutti, meno i Kirghisi. Essendo un popolo nomade, come sempre in quella stagione se ne stavano con le bestie nei pascoli d’alta quota, così non si accorsero della chiamata di Dio. Quando arrivò l’inverno, finalmente anche i Kirghisi scesero a valle, scoprendo che ogni terra era ormai occupata da un altro popolo e non c’era più posto per loro. Pieni di sconforto, chiesero aiuto a Dio. Lui rispose: «Mentre assegnavo le terre del mondo, solo voi eravate intenti nel vostro faticoso lavoro, invece di litigare con gli altri per avere il luogo migliore dove vivere. Per questo, io vi dono la mia dimora estiva». 

 



Il Kirghizistan, un remoto santuario alpino in seno all’Asia

Di tutte le nazioni dell’Asia Centrale che facevano parte dell’Unione Sovietica, questa è la più remota, sconosciuta e incontaminata. La quasi totalità del Kirghizistan, incastonato tra Cina, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan, è montuoso: l’altitudine media del Paese è 2750 metri, con una fetta considerevole di territorio coperta da ghiacciai. La lunga catena del Tien Shan, il cui nome significa montagne celestiali, sovrasta lo sguardo col suo profilo scintillante, tra immensi altipiani di roccia grigia bordati da pascoli fioriti. Si tratta di paesaggi alpini che ricordano le valli svizzere, dove il cammino lungo l’antica Via della Seta, che correva proprio accanto al margine meridionale del Tien Shan, era vegliato da picchi perennemente innevati, spumeggianti nel cielo terso. Il Pik Pobedy – picco della vittoria – è la vetta più spettacolare, una colossale piramide scalata per la prima volta negli anni ’30. La gente del posto la chiama montagna color sangue perché riluce rossastra nel crepuscolo.



Nomadi, cantastorie ed eroi

 

Il Kirghizistan è un Paese multietnico composto, oltre che dai Kirghisi, da Russi, Uzbechi, Tagichi, Ucraini e Tedeschi. I Russi sono la minoranza più consistente e vivono prevalentemente nella capitale Biškek e negli altri centri industriali. Per tradizione i Kirghisi sono sempre stati un popolo nomade, tra i più accoglienti del mondo. Il loro nome deriverebbe da kyrk kyz, ossia 40 ragazze, con un’allusione alla leggenda delle 40 madri dei clan originari. Nonostante secoli di nomadismo e invasioni abbiano mescolato la genetica di questa gente, ancora oggi i Kirghisi ritrovano incarnata la propria identità in uno sterminato patrimonio di miti e racconti, tramandati oralmente e interpretati da cantastorie e menestrelli itineranti, detti akyn. Nomadi tra i nomadi, depositari come biblioteche viventi della memoria storica, si spostavano da un villaggio all’altro, celebrando con acclamatissime performance le battaglie e gli amori delle genti kirghise. L’eroe più celebre è Manas e il poema epico che lo vede protagonista, una sorta di Iliade delle steppe messo per iscritto solo nel XIX secolo, è composto da ben mezzo milione di versi. Solo un ristretto gruppo di akyn, detti manaschi, era in grado di cantare tutta l’epopea di Manas, incantando il pubblico con spettacoli che erano insieme teatro, cinema, poesia e musica.

 



La civiltà della Yurta

 

Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e portallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno… Marco Polo descrive così le suggestive yurte, abitazioni tradizionali dei nomadi diffuse anche tra i kirghisi. Dai viaggi dell’esploratore veneziano è cambiato ben poco e ancora oggi è possibile ritrovarle, come grossi funghi bianchi, nella regione centrale del Paese, dai pascoli verdeggianti di Naryn a quelli di Suusamyr. Sono fatte di feltro, sistemato attorno a un telaio di legno. Lo strato più esterno è trattato con grasso per renderlo impermeabile, mentre all’interno la yurta è riccamente decorata con trapunte, cuscini e tappeti. In queste abitazioni, il cui cuore è il focolare, oltre a dormire e consumare i pasti, le famiglie si riuniscono per prendere decisioni che riguardano la comunità. Si dice che ogni straniero che voglia assaporare un poco l’anima del Kirghizistan debba per lo meno dormire in una yurta, assaggiare il kumys – latte di giumenta fermentato – e montare a cavallo. Questi animali, secondo la tradizione kirghisa, sarebbero le ali dell’uomo.

 



Il lago di Issyk-kul, azzurro perenne nel cuore del Kirghizistan

 
Quasi icona dell’anima kirghisa, tenace, forgiata dalla crudezza della natura, eppure favolosamente ospitale e benevola, c’è un vasto lago nel cuore del Paese che non ghiaccia mai, circondato da monti desolati di una bellezza astratta che si trascinano all’orizzonte sino ai picchi innevati. Il lago di Issyk-kul raggiunge la profondità di 700 metri ed è uno dei più grandi al mondo. Pur ricevendo le acque di tanti torrenti, non ha emissari e continua a esistere grazie a un delicato equilibro tra afflusso ed evaporazione. Leggermente salmastro, l’Issyk-kul riluce in un’inquieta solitudine con le sue acque che sciabordano silenziose, tra ombre sospese in un vuoto abissale. Lungo la costa, sanatori e complessi termali che in passato pullulavano di facoltosi turisti sovietici. Si suppone che un’attività geotermica di profondità contribuisca, insieme al grado di salinità, a non far gelare le acque. Di fronte a un luogo tanto incantevole, tuttavia, le ragioni scientifiche perdono interesse. Meglio provare a dare una forma a qualcuna delle mitiche città che dormirebbero nelle viscere del lago. Si parla di 10 insediamenti e da tempo i cacciatori di tesori scandagliano le acque in cerca di reperti. Qualche anno fa fece clamore l’ipotesi di alcuni archeologi russi, secondo i quali in una di queste città sommerse potrebbero esserci addirittura le reliquie di San Matteo apostolo.



La fiabesca valle di Karkara, porta della terra promessa

 
C’è un’immensa valle a cavallo tra il Kirghizistan, il Kazakistan e la Cina, che costituisce l’accesso orientale al lago Issyk-kul. Se fosse vera la leggenda di Dio che dona la propria dimora estiva ai Kirghisi, probabilmente questo popolo sarebbe passato di qua per arrivare alla terra promessa. Così narra lo scrittore Čyngyz Ajtmatov nel suo libro Il giorno che durò più di un secolo, dove descrive la discesa dei popoli kirghisi, provenienti dalla Siberia, lungo la valle di Karkara. I pochi viaggiatori che si spingono fin qui potrebbero notare, a un certo punto, una collina di sassi di vari colori. Chi avrà la fortuna di riconoscerlo, sappia che si tratta di un luogo sacro. Leggenda vuole che da queste parti fosse passato anche il condottiero Tamerlano col suo esercito, diretto a oriente. Tamerlano ordinò ai suoi soldati di fare un cumulo di pietre prima di procedere oltre, depositando un sasso ciascuno. Anni dopo, tornando dalla spedizione, i reduci raccolsero una pietra per riportarla casa. Quelle che restano, e rimangono lì ancora oggi, ricordano i soldati morti e dispersi. Un memoriale che ogni caduto aveva innalzato, con malinconia, a se stesso, tra i monti del paradiso.

 
Ulugbek, il nipote di Tamerlano, famoso come astronomo e scienziato più ancora che come re, fece costruire durante il suo regno una madrasa di tre piani, che divenne rapidamente un importante centro di studi astronomici. L’Osservatorio di Ulugbek, oggi pressoché scomparso, fu  scoperto solo nel 1905, da un caparbio archeologo russo. Nel 1434 Ulugbek definì la durata dell’anno astronomico in 365 giorni 6 ore 10 minuti e 8 secondi, con la differenza di soli 58 secondi rispetto agli studi attuali. Ai tempi di Ulugbek, Samarcanda diventò il centro delle scienze medievali di fama mondiale e, intorno alla seconda metà del XV secolo, sorse una vera e propria scuola accademica che riunì eminenti astronomi e matematici di tutto il mondo.



Il bazar, cuore battente della città

 
Il Bazar di Siob è tra i luoghi più fotogenici di Samarcanda, dove fare provvista di frutta e pane appena sfornato, all’ombra dei magnifici ruderi della moschea di Bibi-Khanym. Ma cosa comprare di tipico da portarsi a casa? Sicuramente l’artigianato tessile che si compone di alcune varietà. Ci sono i suzani, teli in cotone impreziositi da ricami,  oppure gli ikat, pregiati tessuti in seta, realizzati con un’antica tecnica di tessitura a telaio.  Ma non si può lasciare il paese senza aver acquistato il dopy: uno zucchetto nero, di forma cubica, con decorazioni bianche, che ricordano intrecci di foglie. Questi capelli al momento della vendita sono piegati sul banco come una sorta di busta da lettere. Per valutare la bontà e qualità del cappello c’è un metodo che non tutti conoscono.  Occorre appoggiare una teiera piena sopra il cappello: se la regge senza collassare su se stesso la qualità è ottima, altrimenti vi state prendendo una bella fregatura.

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