Transasiatica 2017

Tappa 14 – 27 giugno
Murghab – Lago Karakul

Nella fatica e nella bellezza incontaminata della natura, troviamo serenità, amicizia e felicità

Immersi in questa natura che ci avvolge, ci sovrasta, cerchiamo di capire cosa sia il Pamir … È qualcosa di distante, immenso, intimo e meraviglioso. Passiamo due giorni fra queste montagne protettive che moltiplicano i piani e i punti di vista. È un continuo susseguirsi di paesaggi cangianti; non avremmo mai creduto che le parole altopiano e montagna potessero declinarsi in una tale varietà di forme, colori, equilibri, emozioni.

La M41, meglio conosciuta come Strada del Pamir, fu costruita dai sovietici tra il 1931 e il 1934, con lo scopo di spostare velocemente uomini e mezzi in chiave militare; prima di allora le truppe si spostavano a piedi, con costi enormi, in termini di fatica e di limiti logistici. Sicuramente gli ingegneri che la realizzarono mai avrebbero pensato di elargire un tale regalo al mondo!

Fatta eccezione per il terrificante tratto Jelandy- Bulunkul, la strada è asfaltata, ma quasi quasi preferiamo i tratti sterrati, almeno lì non veniamo sorpresi da buche e avvallamenti improvvisi, davvero pericolosi. 

Teniamo un’andatura che supera di poco i 20 km/h; qualcuno di noi, più temerario, tocca anche i 50 km/h; le braccia si stancano, anche se la parte che risente di più delle gobbe e delle irregolarità su cui scorrono le ruote delle nostre Guzzi V7 III Stone è la schiena! Ma non sentiamo nulla, grazie anche alla gran stabilità del mezzo; ad ogni pausa, i commenti sono soltanto figli di un incontenibile, sincero stupore per tutta questa bellezza che ci è stata messa a disposizione. Il Pamir è chiamato dalla gente del posto, principalmente pastori Kyrgyzy, il “Bam-i-Dunya”, che tradotto significa “Tetto del Mondo”. Una definizione quando mai appropriata: è la prima cosa che ti viene in mente mentre guidi tra queste vette, scivoli tra i canaloni di pietre rosse, costeggi corsi d’acqua cristallini e gelidi che scendono dai ghiacciai circostanti. 


Abbiamo smesso di essere turisti, ora siamo viaggiatori


Il nome Pamir invece deriva dal persiano antico e si potrebbe tradurre con “pascoli ondulati”. Di pascoli veri e propri ne incontriamo pochi, il territorio che attraversiamo è prevalentemente brullo, anche se attorno ai corsi d’acqua il terreno si colora di verde intenso e di fiori e, negli sparuti villaggi lungo la strada, vediamo anche qualche albero da frutto. Stiamo passando di valle in valle, superando piccoli passi consecutivi, quando ad un tratto la strada diventa sassosa e irregolare. Il passo Koi-Teztek a 4272mt ci introduce in uno scenario lunare ancora diverso dai precedenti, aspro e desertico, inframezzato da una serie di vette innevate. Dopo una quarantina di chilometri di guida estremamente attenta, stancante quasi più delle buche, la pista inizia a scendere bruscamente, regalandoci una vista indescrivibile, dall’alto, del paesaggio desolato che circonda due laghi salati.

È una vastità impossibile da abbracciare con due soli occhi, figuriamoci con macchine fotografiche o telecamere…nessuna descrizione, nessun racconto, potranno mai restituire questa sensazione dell’immenso! Lo sanno anche i video e foto operatori che ci accompagnano e che, dopo aver scattato e girato forsennatamente per ore, d’improvviso posano l’attrezzatura e si godono lo spettacolo in silenzio assieme a noi.

Ma proviamo a trasferire qualche dettaglio. Murghab, a 3650mt, è immersa in una vasta piana erbosa striata di corsi d’acqua e punteggiata di pozze; questa cittadina completamente isolata nel selvaggio est del Tajikistan ci sembra bellissima, nonostante le scarne abitazioni squadrate e i fili dell’alta tensione che si incrociano tra loro. 

Ci prendiamo il tempo per visitare il Bazar, un agglomerato di container metallici nei quali si vende un caleidoscopio di cibi e colori. La vita che scorre tutt’intorno sembra non fare caso a noi, tranne i bambini che si precipitano gridando “hello, hello”. Ci sono donne che attingono l’acqua dai pozzi, anziani con il tipico copricapo a punta che passeggiano tranquilli, qualcuno che mangia in strada con frutta e il caratteristico pane fritto.

Il villaggio dove ci fermiamo a dormire è avvolto da un’atmosfera misteriosa e quasi soprannaturale.  Sorge ad un’altitudine di 3.914 mt ed è abitato da 600 anime prevalentemente di etnia Kyrgiza. Veniamo accolti con calore da una famiglia locale nella loro abitazione; essenziale, ma pulitissima, con corrente elettrica solo la sera e bagni all’esterno. In realtà il bagno è un “buco” nel terreno, chiuso in un casottino: qui non esistono impianti fognari o acqua corrente. Ora, provate ad immaginare un nutrito gruppo di persone, due autisti e due guide, molti dei quali si sono conosciuti solo da pochi giorni, che condividono due latrine all’aperto e semplici letti poggiati in terra, dopo aver guidato per ore su strade sterrate. Nella vita a cui siamo abituati, se ce lo proponessero all’improvviso, avremmo probabilmente delle reazioni scomposte; invece siamo qui, a fare cose che non avremmo mai pensato possibili e a scoprire che le godiamo immensamente. E che siamo un gruppo di amici.

Questa notte ha più stelle di qualsiasi racconto fantastico.