Transasiatica 2017

Tappa 11 – 23 giugno
Dushambe – Kalai Humb

Curiosità, fascino e un pizzico di timore adrenalinico ci spingono a lambire il confine con l’Afghanistan

Partiamo, come sempre, di buon mattino dall’hotel di Dushambe. Ieri Fabrizio, uno dei nostri motociclisti, è rimasto indietro proprio all’ingresso della capitale, una piccola avventura personale fuori programma che si è risolta con qualche risata e i suoi racconti su come è riuscito a farsi capire in un posto in cui quasi nessuno parla inglese. Oggi ci piacerebbe visitare ancora questa strana e colorata città, ma è davvero impossibile.

Ci avviamo verso il confine con l’Afghanistan, a Kalai Humb per l’esattezza, territorio abbastanza caldo in tutti i sensi. Le guide si raccomandano di essere cauti con telecamere e macchine fotografiche una volta giunti lì, consigli che sicuramente seguiremo. Abbiamo un misto di (leggera) preoccupazione e grande eccitazione. L’Afghanistan è sempre stato un territorio centrale nella lotta all’egemonia tra le grandi potenze mondiali, Russia zarista e Inghilterra coloniale prima, blocco Sovietico e Stati Uniti poi, fino alla difficile situazione attuale.

Seguiamo la Highway M41, e ripiombiamo nella litania dei rettilinei che già ben conosciamo. La giornata è afosa, con una cappa di umidità grigia e pesante come un mucchio di stracci bagnati. Man mano che procediamo verso sud i posti di blocco della polizia si fanno sempre più fitti, fino a diventare estenuanti. Capita di essere fermati anche tre volte nello spazio di un chilometro. Lasciamo parlare le nostre guide del posto, in realtà la trafila è abbastanza tranquilla, condita da richieste del nome in dialetti locali, documenti, le nostre Guzzi V7 III Stone che destano sempre curiosità e domande, poi si riparte. Le guide ci spiegano che questa, che fu la Via della Seta, ora è diventata la via dell’oppio, che esce proprio dall’Afghanistan (principale produttore mondiale). Tutto intorno un paesaggio pianeggiante, arso dal sole e ricoperto di stoppie di grano, qualche mucca che attraversa la strada e un’infinità di capre arrampicate in equilibri impossibili sui terrapieni che, delimitano la strada.


Quando iniziamo a salire in quota (attraversando una manciata di chilometri di strada sterrata) ricomincia la giostra: curve, tornanti e saliscendi. Guidiamo felici come bambini il giorno di Natale, immersi in rocce rosso ruggine che avvolgono tutto il paesaggio, con le ruote che scorrono su un asfalto perfetto. E sì, perché stanno rifacendo il manto stradale, e in più punti troviamo gli operai al lavoro. Finché… ci dobbiamo fermare. Scavatrici e schiacciasassi hanno infatti bloccato la strada, ne avremo per almeno due ore ci dicono. Questo fastidioso contrattempo si trasforma in realtà in un bel diversivo. In quelle due ore conosciamo, nell’ordine: una coppia belga in pensione da 5 anni che da uno e mezzo sta viaggiando con un tandem, simpaticissimi. John, un canadese partito da casa tempo fa (quando gli chiediamo “quando?” risponde “non me lo ricordo più”) con una monocilindrica da enduro e arrivato fino a qui dopo aver girato tutti gli Stati Uniti, il Sudamerica e l’Europa, principalmente in fuoristrada. E Christina, giovanissima tedesca in viaggio da oltre un anno in autostop, dormendo solo in case in cui viene ospitata. Ci viene naturale farle i complimenti per il suo coraggio e lei, candidamente, ci dice che non serve coraggio. Che viaggiare così fa riscoprire la fiducia nella bontà umana 😊In fondo queste due ore passano in fretta e quando finalmente ci fanno passare restiamo senza fiato. Sapevamo di essere a un tiro di schioppo dall’Afghanistan (ehm…metafora azzardata…), 18 chilometri per l’esattezza, ma appena scolliniamo il panorama che ci si para dinanzi è di una bellezza commovente. Una vallata infinita, rossa di fondo ma screziata di verde e giallo, striata di mille sfumature di terra e sassi bianchi e tagliata a metà da un fiume impetuoso che scorre da basso. Ecco, esattamente quel fiume è il confine, ed esattamente quelle montagne imponenti che coprono l’orizzonte sono l’Afghanistan. Proseguiamo lungo la strada (è l’unica, sbagliarsi è impossibile) e ci ritroviamo a costeggiare il fiume, fino a lambirlo in passaggi strettissimi, senza asfalto né guard-rail, accerchiati da montagne di roccia compatta, potente. Il paesaggio in sé è meraviglioso, lo sarebbe ovunque, ma qui c’è il valore aggiunto della coscienza di essere davvero a poche decine di metri dall’Afghanistan. Vediamo i motorini che attraversano stradine di terra battuta srotolate lungo gli argini del fiume dall’altra parte, villaggi di bambini sorridenti che ci salutano. 

I confini hanno un fascino perverso innegabile, ti fanno capire che trovarsi dentro o fuori, da un lato o dall’altro, in una vita piuttosto che nel suo opposto, è dovuto al fato o, più prosaicamente al caso. Non ci si dovrebbe dimenticare mai dei propri privilegi e di chi a questi privilegi non ha accesso, ma essere proprio qui, esattamente su quella linea che traccia i destini delle persone, è una sensazione davvero forte. E intima, anche. Siamo (ovviamente!) in forte ritardo sulla tabella di marcia, la strada prosegue stupenda, vorremmo fermarci ogni cento metri a scattare foto ma davvero non si può, gli ultimi chilometri li facciamo al buio, guidando con attenzione sulle pietre e guadando due fiumi. Arrivati in albergo abbiamo appena la forza di mandare giù un boccone e crollare. Domattina punteremo la sveglia ancora più presto del solito, ci aspetta l’ascesa sul tetto del mondo.