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Uzbekistan: tra le steppe dell’Asia centrale
sulla rotta della Via della Seta

di Silvana Benedetti per TravelGlobe

E non vi ho raccontato neanche la metà di ciò che ho visto.  
Marco Polo

Assalomu alaykum! Benvenuto in Uzbekistan, crocevia e culla di antiche civiltà, testimone della grandezza e della decadenza degli imperi mongoli e persiani, tappa straordinaria e previlegiata che riporta sulle tracce dell’antica Via della Seta.  Racchiuso nel cuore dell’Asia centrale, separato dal mondo da aspri deserti e montagne, l’Uzbekistan seduce con i suoi racconti di  imperi fiabeschi e di caravanserragli, dove si mescolano, come in un caleidoscopio, spezie, tessuti e  pietre preziose, valorosi cavalieri e dispotici emiri, ricchi mercanti e avventurosi viaggiatori.

Qui, dove si intrecciano culture altrove inconciliabili, passarono Marco Polo e Alessandro Magno, si scontrarono genio e lungimiranza di Tamerlano e la furia distruttrice di Gengis Khan.  

Un Paese che conserva un immenso patrimonio architettonico islamico, dove  sorgono alcune tra le  più mitiche città dell’immaginario collettivo che rispondono ai nomi di Khiva, Bukhara, Samarcanda. Città di una bellezza assordante, tra le più antiche del mondo, che ammaliano con la potenza della pietra e l’armonia degli spazi, con la magnificenza delle  moschee e delle madrase, dove i toni del blu dei mosaici virano in mille giochi di turchese,  sfidando le sfumature della volta celeste. 

Benvenuti in questo Paese, dove è una delizia  perdersi nel dedalo dei bazar chiassosi e colorati, seguendo l’aroma denso dei profumi speziati, tra i volti rugosi dei venditori di frutta e dolciumi,  inalando i vapori dai pentolini fumanti d’infusi, per proteggersi contro il malocchio.

 



Khiva, una città di briganti nel cuore del deserto

Khiva, la città-museo a cielo aperto, sospesa nel tempo dentro a un cuore di sabbia, racchiusa dalle possenti mura d’argilla, custodi gelose di un centro storico medievale tra i meglio conservati dell’Asia Centrale. Con oltre 50 monumenti storici e 250 vecchie abitazioni, gli harem, le colonne di legno intarsiato, i vicoli polverosi, le cupole azzurre, le piastrelle smaltate, le imponenti madrase e i minareti finemente scolpiti che puntellano il cielo. Con l’atmosfera da ultima frontiera, più forte che mai.

Situata a sud del fiume Amu Darya, Khiva fu un tempo un’oasi, l’ultimo punto di ristoro per le carovane prima di mettersi in viaggio verso la Persia.  Per raggiungere Khiva bisogna attraversare il deserto del Kizilkum e costeggiare il confine con il Turkmenistan, lungo un percorso che ancora nel XIX secolo era infestato da predoni in cerca di ostaggi da vendere al mercato degli schiavi di Khiva.  I kazaki delle steppe e i turkmeni del deserto portavano qui le loro prede, che poi venivano ammassate dai mercanti nelle logge della porta est. Una volta incatenati, venivano esposti alla valutazione degli acquirenti, che ne misuravano le dimensioni, stimavano la prestanza fisica, azzardavano quanto gli rimanesse da vivere e quali lavori fossero ancora in grado di svolgere. Al mercato degli schiavi di Khiva erano i giovani maschi russi ad avere i prezzi più alti. Così riportò il generale Morav’ev al ritorno da quella cittadella fortificata dove si era recato per conto dello zar di Russia, auspicando una collaborazione commerciale tra i due paesi che fosse vantaggiosa per entrambi.

Questa era Khiva: una città di briganti e di grandi Khan, di uomini crudeli e di uomini illuminati, che insieme  hanno scritto la storia della citta, alternando splendore e decadenza. Una storia che ha visto questo luogo sbiadire come fango cotto al sole, e poi di nuovo riaccendersi e riprendere colore; come succede ancora, ogni sera, quando i profili di Khiva  si inondano dei meravigliosi bagliori rosso-arancio del tramonto.

 



Amu-Darya: il fiume che non c’è

 

La via che porta a Bukhara si snoda ai margini del grande letto dell’Amu-Darya, uno dei grandi fiumi dell’Asia centrale che nasce nelle montagne del Pamir,  segnando nella parte orientale il confine tra l’Uzbekistan ed il Turkmenistan. Il mitico fiume,  chiamato dai latini Oxus, citato in numerosi testi da Erodoto e dal geografo greco Strabone, attraversato dall’armata di Alessandro Magno, che impiegò ben  5 giorni e 5 notti per compiere l’impresa, è certamente oggi molto diverso da quello decantato nell’antichità.  Sebbene le sue secche offrano a tratti degli spaccati di insolita bellezza, il fiume non ha più l’aspetto imponente di un tempo a causa delle numerose canalizzazioni “selvagge”, dello sfruttamento delle acque, e del dissennato scarico di sostanze chimiche, che hanno cambiato radicalmente la struttura del territorio.

 



Bukhara, il luogo dello spirito

 

Bukhara, la Nobile, la Santa, La Perla dell’Islam. Ricca di edifici millenari nascosti tra le pieghe delle possenti mura, è meno presente nell’immaginario collettivo occidentale rispetto a Samarcanda. Eppure, i 140 monumenti protetti, fanno della città forse la destinazione più suggestiva e ricca di fascino dell’Uzbekistan. Un detto locale recita che Samarcanda rappresenta la bellezza in terra, mentre Bukhara è la bellezza dello spirito. Nel periodo del suo massimo splendore, Bukhara fu infatti un importante centro culturale in cui si svilupparono le scienze e divenne la sede della biblioteca più ricca e grande del mondo islamico.

Una città, un tempo, talmente fiorente da suscitare l’odio di Gengis Kan, che la ridusse in polvere e pietre, risparmiando dalla sua furia devastatrice solo il  Minareto Kalyan, ancora  oggi  simbolo principale e punto di riferimento della città. Il minareto è  alto circa 47 metri, e la torre superiore è costituita da 16 finestre ad arco, dalle quali il muezzin richiama i fedeli.



Pause rigeneranti tra gelsi e vapori

 
Dopo essersi riempiti gli occhi delle numerose meraviglie sparse per la città e percorso il labirinto delle vie secondarie, dove si celano sinagoghe e  santuari sufi,  ci si conceda una sosta in  piazza Lyabi-Hauz. Un posto fresco e incantevole, costellato da alberi di gelso, vecchi di oltre cinque secoli, osservando la vita del luogo, mentre si sorseggia una tazza di tè. Un’altra pausa rigenerante si può fare all’Hamman Bozori Kord,  risalente al XIV secolo, molto frequentato dagli abitanti della città;  trascorrervi qualche ora, respirando pace e vapori, può essere una buona maniera per assaporare un pezzo autentico della vita cittadina.



I tappeti Bukhara

 
La città presta il nome ai tappeti tra i più rinomati e famosi in tutto il mondo: i Bukhara. Il loro classico disegno basato sulla ripetizione di motivi “gul” disposti regolarmente su tutto il manufatto, è uno splendido esempio di equilibrio e armonia delle forme e dei fregi.  I materiali sono un vero fiore all’occhiello; infatti le lane dei Bukhara russi sono di una morbidezza e lucentezza uniche,  molto piacevoli  al tatto.  La gamma dei decori usati dai vari popoli è vastissima ma è possibile individuarne alcuni, decisamente più ricorrenti. Il disegno “Bothè” ha origini remote e ricorda per la sua forma una goccia d’acqua o una mandorla o ancora una fiamma o una foglia. L’“Herati” è il motivo principe dei tappeti orientali: una rosetta racchiusa in un rombo lungo ai cui lati sono disposte quattro foglie allungate ed altre quattro rosette. Il “Gul” è l’ottagono che decora la maggior parte dei tappeti turcomanni: caratteristico nei tappeti di Bukhara in cui si trova ripetuto su tutto il campo, è realizzato in vari modi, a seconda della zona di annodatura.



Samarcanda: sotto il segno di Tamerlano

 

Samarcanda: un nome che si scioglie in bocca, dolce come il miele. Capitale millenaria, che sprigiona la forza mitica di Atlantide. Nessuna città ha un nome così evocativo: appena lo pronunci l’Oriente ti assale. Samarcanda, storico crocevia della Via della Seta e collante tra Oriente e Occidente,  dalla notte dei tempi  è fonte di ispirazione di poeti, scrittori e musicisti. Un antico detto recitava “ Se vuoi che una storia faccia il giro del mondo la devi raccontare al mercato di Samarcanda”;  questo fa capire il ruolo ricoperto dalla città,  vecchia di 2.700 anni, dichiarata nel 2001 patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sotto il titolo di “Crocevia di Culture”.


“Tutto quello che ho udito di Marakanda è vero, tranne il fatto che è più bella di quanto immaginassi”.
Alessandro Magno

 


Quando nel 329 a.C. Alessandro Magno la raggiunse nella sua cavalcata trionfale verso oriente, la città era chiamata Marakanda, ma di quella magnifica capitale dell’antichità non rimane quasi nulla. Nel 1220 arrivò la furia distruttiva di Gengis Khan, il quale sferrò un attacco devastante, che mise a ferro e fuoco parte dei suoi splendidi palazzi, inclusa la moschea principale.  Per Samarcanda sembrava giunta la fine. E invece no!   Come l’araba fenice, la città risorse dalle proprie ceneri, grazie all’eroe uzbeko Tamerlano, che decise di rifondarla, per farne il centro del suo impero. Nell’arco di 35 anni, questa sorta di Lorenzo il Magnifico,  plasmò una città quasi mitica, epicentro economico e culturale dell’Asia Centrale,  facendo costruire sublimi ed immensi monumenti, capolavori di arte islamica.



Tra le meraviglie di Samarcanda

 
Nonostante l’usura del tempo, i terremoti, le guerre e le invasioni, la città ha mantenuta  inalterata la sua magia e il suo splendore; i suoi monumenti, di emozionante bellezza, incarnano ed enfatizzano la sua anima vibrante. Tra le meraviglie di Samarcanda, c’è il suggestivo Registan, che significa “luogo sabbioso”, uno dei complessi architettonici più straordinari al mondo.   I tre maestosi edifici che ne fanno parte, sono le madrase più antiche sopravvissute fino ad oggi. Un tripudio armonioso di maioliche, mosaici azzurri e ampi spazi, un incanto amplificato, se osservato alle prime luci dell’alba.  Da non perdere anche il sepolcro del sovrano il Gur-e-Amir, lo spettacolare viale di tombe della dinastia timuride e la maestosa moschea di Bibi-Khanym, gioiello di Tamerlano, terminata poco prima della sua morte.

 



Città delle  scienze e dell ’astronomia

 
Ulugbek, il nipote di Tamerlano, famoso come astronomo e scienziato più ancora che come re, fece costruire durante il suo regno una madrasa di tre piani, che divenne rapidamente un importante centro di studi astronomici. L’Osservatorio di Ulugbek, oggi pressoché scomparso, fu  scoperto solo nel 1905, da un caparbio archeologo russo. Nel 1434 Ulugbek definì la durata dell’anno astronomico in 365 giorni 6 ore 10 minuti e 8 secondi, con la differenza di soli 58 secondi rispetto agli studi attuali. Ai tempi di Ulugbek, Samarcanda diventò il centro delle scienze medievali di fama mondiale e, intorno alla seconda metà del XV secolo, sorse una vera e propria scuola accademica che riunì eminenti astronomi e matematici di tutto il mondo.



Il bazar, cuore battente della città

 
Il Bazar di Siob è tra i luoghi più fotogenici di Samarcanda, dove fare provvista di frutta e pane appena sfornato, all’ombra dei magnifici ruderi della moschea di Bibi-Khanym. Ma cosa comprare di tipico da portarsi a casa? Sicuramente l’artigianato tessile che si compone di alcune varietà. Ci sono i suzani, teli in cotone impreziositi da ricami,  oppure gli ikat, pregiati tessuti in seta, realizzati con un’antica tecnica di tessitura a telaio.  Ma non si può lasciare il paese senza aver acquistato il dopy: uno zucchetto nero, di forma cubica, con decorazioni bianche, che ricordano intrecci di foglie. Questi capelli al momento della vendita sono piegati sul banco come una sorta di busta da lettere. Per valutare la bontà e qualità del cappello c’è un metodo che non tutti conoscono.  Occorre appoggiare una teiera piena sopra il cappello: se la regge senza collassare su se stesso la qualità è ottima, altrimenti vi state prendendo una bella fregatura.