Transasiatica 2017

Tappa 07 – 20 giugno
Bukhara – Yangikazgan

E dopo tanta strada, il calore di casa nelle Yurte della steppa


Bukhara è a dir poco stupenda. Alloggiamo a due passi in senso letterale perchè dobbiamo solo attraversare la strada dal Lyabi-Hauz, la piazza costruita nel 1620 attorno a una vasca d’acqua. Fino a circa un secolo fa, l’acqua di Bukhara era garantita da una rete di canali e da circa 200 di queste vasche di pietra dove la gente si radunava a chiacchierare, bere e lavarsi. Come si può ben immaginare quell’acqua non aveva un gran ricircolo e la città era famosa per le pestilenze; pensate che nel XIX secolo l’aspettativa di vita pare fosse di circa 32 anni! 

La dominazione bolscevica fu una benedizione in tal senso: rinnovarono completamente il sistema idrico e prosciugarono tutte le vasche tranne la principale, la Lyabi-Hauz dove siamo ora, all’ombra di gelsi antichi quanto la piazza. Intorno a noi davvero tantissimi ragazzi in divisa universitaria (ma quanti sono??)  tutti vestiti di bianco e blu scuro. Proprio di fronte alla grande vasca c’è la madrassa di Nadir Divanbegi, costruita originariamente come caravanserraglio e trasformata solo nel 1622 in medressa. La particolarità è la facciata piastrellata, molto sfarzosa, che raffigura due pavoni e due agnelli attorno a un sole dal volto umano, infrangendo così apertamente il precetto islamico che vieta di rappresentare figure viventi. Questa immagine ci dà la misura di come venga vissuto l’islamismo da queste parti, in maniera molto laica. E in realtà è proprio una connotazione storica di tutta l’Asia centrale, cresciuta con il commercio e con la multiculturalità, due condizioni che mal si accompagnano a qualsiasi integralismo o estremismo. Il che non vuol dire che non sia sentita la fede, tutt’altro. Solo che se dopo il pasto si ringrazia Dio con una veloce preghiera, portandosi la mano al cuore (lo fanno tutti), poi si beve anche una buona vodka locale!


Ma torniamo a noi … a Bukhara, nel centro della città, in gran parte sotto tutela architettonica, si trovano molte altre medresse (il termine indica le scuole superiori), minareti, una grande fortezza reale e l’antico suk coperto. Occorrerebbero almeno due giorni per dare un’occhiata come si deve in giro, noi purtroppo abbiamo solo due ore; considerate che solo nel centro di Bukhara gli edifici protetti sono 140! 


L’asfalto è una lunghissima lingua sottile e ondulata, perennemente dritta.
Bukhara è una città meravigliosa
Solo due passi per arrivare alla piazza Lyabi Hauz
Tantissimi ragazzi in divisa universitaria bianca e blu
Passeggiamo avvolti dalla storia, facendo nostro l'habitat della città
I tappeti di Bukhara: solo piccole mani possono tessere infiniti nodi per decimetro quadrato
Bukhara è una città chiassosa e laboriosa
Riccardo e Mikhael pare abbiano lo stesso tatuaggio e lo stesso protettore. Pare ne siano felici.
Uomini di Bukhara




Con tante cose da visitare il rischio è di perdere la visione d’insieme passando  dall’una all’altra; noi passeggiamo, circondati da un’aura di storia di cui ci raccontano le guide , e, in questo modo,  riusciamo a far nostra l’idea globale della città, a lasciarci coinvolgere dalla sua atmosfera chiassosa e laboriosa. Scorgiamo delle telecamere…stanno girando un film,  “Road to Bukhara” ci dicono … quando lo vedremo sugli schermi potremo dire “noi c’eravamo”! 

Particolarmente interessante passeggiare negli antichi bazar coperti, attivi senza soluzione di continuità fin dall’epoca degli Shaybanidi (la dinastia uzbeka di fede sunnita il cui capostipite fu un discendente di Genghiz Khan). Tutta l’area a nord e a ovest di Lyabi-Hauz era un vasto labirinto di vicoli commerciali, gallerie e piccoli mercati ai crocevia, i cui tetti sormontati sono stati progettati per convogliare all’interno l’acqua fresca. I tre bazar coperti, ancora oggi con le loro cupole, sono stati completamente restaurati in epoca sovietica e conservano (anche se solo nella denominazione e, in piccola parte, nella tipicità dei venditori che vi lavorano) l’identità di bazar specializzati: il Taki-Sarrafin era il bazar dei cambiavalute, il Taki-Telpak Furushon quello dei cappellai e il Taki-Zargaron quello dei gioiellieri.


Ma il vero simbolo della città è il minareto Kalon, che con i suoi 48 metri è il minareto più alto dell’Asia centrale. Fu costruito nel 1127 dal re Karakhanide Arslan Khan e, probabilmente, per secoli fu in assoluto l’edificio più alto dell’Asia centrale. L’impatto visivo è pazzesco, possiamo capire Gengis Khan che ordinò di risparmiarlo mentre i suoi mongoli stavano mettendo a ferro e fuoco Bukhara. Altrettanto spettacolare è la moschea omonima che sorge proprio lì di fronte. Fu costruita nel XVI secolo sui resti di una moschea più antica, distrutta (quella sì) dall’orda di Gengis Khan.
Sono finite le nostre due ore, troppo rapidamente, dobbiamo rimetterci in sella, addio Bukara!

Ci aspettano oltre 300 km che ci condurranno a Yangikazgan, più che un paese una manciata di case sparse come sassolini lanciati da un bambino in mezzo alla sabbia;  in effetti poggiano proprio sulla sabbia, quella stupenda, rossastra della zona desertica a nord dell’Uzbekistan, sospesa su un altopiano glaciale incorniciato da montagne. 
L’asfalto è una lunghissima lingua sottile e ondulata, perennemente dritta, ma nonostante questo è impossibile annoiarsi. Le nostre Guzzi V7 III Stone sono perfette per questi percorsi tortuosi ed impegnativi; il baricentro basso consente di mantenere un eccellente controllo nel continuo zig-zagare tra le buche del terreno  e il motore bicilindrico conferisce grande stabilità. In più il nostro insostituibile Casimiro, angelo custode del parco moto, ci dà preziosi consigli per gestire al meglio l’attraversamento delle piste sabbiose: “ disattivate l’antipattinamento automatico”. Detto, fatto, anche sulla sabbia la tenuta è eccellente e il grip è tale che non ci ha mai costretti a rallentare. Si lamenta un po’ della benzina, scarsa e di qualità molto differente dalla nostra: “Eh, l’ultimo rifornimento l’abbiamo fatto dalla cisterna del pullman; ha molti meno ottani e i motori risultano un po’ più rumorosi. La resa è un filo inferiore alle prestazioni cui la Guzzi V7 III Stone ci ha abituati, ma è tutto sotto controllo”. E noi gli crediamo! 😊

Siamo circondati dalla steppa e avvolti da un cielo cobalto che inizia a prendere i colori della sera. Quando arriviamo al villaggio, una ventina di chilometri dopo la deviazione per il lago Aydarkul, un furgoncino ci fa strada lungo una pista sabbiosa, fino ad un accampamento di Yurte, dove passeremo la notte. Dopo una cena decisamente ben condita (aglio e cipolla a profusione – ad alcuni piacciono molto, altri avrebbero decisamente preferito uno spaghettone al pomodoro!) la nostra guida ci ha preparato una sorpresa: una sfilata, con tanto di modelle e musica a tema. Un pochino fuori contesto forse, ma sinceramente apprezzata da tutti. Un bel fuoco, un concerto di Dutar (strumento simile al mandolino con due sole corde, tipico delle popolazioni nomadi che abitavano la zona) e qualche chiacchiera per condividere le sensazioni del viaggio chiudono la giornata. 
Hayrli Kech, buona notte, la seconda parola che abbiamo imparato 🙂