Transasiatica 2017

Tappa 05 – 18 giugno
Derwaza – Kounya Urgench – Khiva

Dalla Porta dell’Inferno …all’inferno della frontiera

Siamo stravolti, dalla stanchezza, dalle intemperie; provati dall’inesauribile esercizio di pazienza necessario con la burocrazia turkmena; ma realmente estasiati da ciò che abbiamo vissuto e ci ha riempito gli occhi nelle ultime 36 ore. La voglia di raccontare è tanta, andiamo con ordine.

Ci eravamo lasciati ieri all’uscita di Ashgabat, la città bianca sfavillante di luce, alla volta della Porta dell’Inferno, uno dei crateri gassosi di Darwaza, perennemente acceso, nel cuore del deserto del Karakum. Una lunga traversata in moto, di circa 5 ore, a 40 gradi. Dopo 180 km di strade decisamente impegnative, con false pendenze, solchi nascosti, montagnole improvvise e altrettanto inaspettate voragini siamo arrivati a circa 2 km dal cratere. A questo punto la sabbia ha avuto la meglio: purtroppo una recente tempesta di sabbia ha cancellato le tracce del percorso, rendendoci impossibile proseguire sulle moto, pena l’insabbiamento. Abbiamo lasciato le nostre Guzzi V7III Stone, a poche centinaia di metri dalla strada più vicina, e alcuni fuori strada hanno fatto spola per addentrarci nel deserto, fino a raggiungere la Porta dell’Inferno, una voragine di circa 50m di diametro e 20m d’altezza, dove bruciano di continuo grandi fiamme, quasi a ricordare l’inferno dantesco.

Sono quasi le nove di sera, la vediamo da lontano, perché spicca una sorta di occhio di fuoco nel buio assoluto. È una voragine di origine artificiale causata da un incidente nel 1971, quando una perforazione effettuata con lo scopo di cercare petrolio ha fatto crollare il terreno e aperto una via di fuga al gas naturale, che è stato incendiato volontariamente per evitare conseguenze ambientali peggiori. Da allora il cratere brucia ininterrottamente. L’odore di gas colpisce forte e il calore, se ti avvicini al bordo, è fastidioso: non ci sono protezioni e in passato un russo ci è caduto dentro – ci dicono – fortunatamente salvandosi. E ci chiediamo come sia possibile, dal momento che dalle pareti interne di roccia trasudano mille fiamme. L’immagine è piuttosto demoniaca, seppur affascinante, ipnotica. Non smetteremmo di fotografare, riprendere…ma le guide ci richiamano, sta arrivando un’altra tempesta di sabbia.

Andiamo rapidamente al campo tendato mentre la tempesta di sabbia si avvicina nel buio totale del deserto notturno, un’esperienza totalizzante che ti inghiotte e ti disorienta. Con molta fatica ed una strada al limite del praticabile, arriviamo al campo, per scoprire che anche molte delle nostre canadesi monoposto erano inagibili per il vento fortissimo. Troviamo riparo ed ospitalità in una Yurta, la tenda tipica dei popoli nomadi, dove realmente sfiniti, consumiamo con grande gusto un minestrone di verdure e del pollo marinato, cotto al fuoco. Dormiamo lì, con il rumore del vento e la sabbia che entrano e ci lambiscono. Ma la stanchezza vince e cadiamo in un sonno profondo. Che si interrompe alle 5:00, con le luci dell’alba che accendono il deserto. La visione fuori dalla tenda è fiabesca: i colori del mattino si fondono alla macchia rossa del cratere, creando un arcobaleno di sfumature giallo, ocra, arancione, rosse. Indescrivibile. Sono esperienze da vivere almeno una volta! Siamo un po’ frastornati, ma la colazione tutti assieme ci rimette in sesto. Ultime foto al cratere, che anche alla luce del giorno si mostra affascinante e spaventoso al contempo.


La strada verso the Hell's gate
Arriviamo al cratere
Si scorge in lontananza la porta dell'inferno
Siamo sulla porta dell'inferno
Il cratere esala gas tossici, non ci ci può avvicinare molto
Antonio, temerario, si avvicina
Albeggia sul nostro campo tendato, ai bordi del cratere
Ore di attesa per passare la frontiera
Grande Andrea!!! Incredulo... ma possibile che ci voglia tanto a passare la frontiera ...
Ad uno ad uno passiamo la frontiera
Si esce con il passaporto in bocca
Il gruppo si ricompatta oltre la frontiera Uzbeca
Facce comprensibilmente stremate
..e felici, con il presidente del primo motoclub uzbeco, Mikail, detto Sasha.
Acqua, acqua,acqua!!!
Le moto intorno al pullman che ci scorterà lungo il tragitto uzbeko
Si pianificano gli spostamenti, ci divideremo in due gruppi
Nel frattempo passa un carretto trainato da un asino...
Nonostante il caldo, la sicurezza innanzi tutto: abbigliamento tecnico, guanti, casco integrale, stivali
E via, si riparte verso Khiva
Arrivo a Khiva, città protetta da mura di mattoni e di fango
Le mura di Khiva, da vicino, esprimono la forza di una imponente barriera sulla città
Alla fine un meritatissimo brindisi: za zdorov'je!



Ritorniamo alle moto, che Casimiro ha controllato minuziosamente dopo le fastidiose “sabbiature” di ieri. Quando ci dà l’ok a partire, rimontiamo in sella per un altro trasferimento impegnativo; ancora asfalto irregolare e pieno di buche e del caldo torrido, ma fortunatamente asciutto. Incrociamo qualche cammello per strada, e anche un gruppo di quattro pescatori simpatici, che vogliono fotografare le moto: è il primo contatto socievole in terra turkmena! Facciamo solo due soste: per rifornirci di carburante (la resa delle nostre Guzzi è eccellente) e per un pranzetto a base di Somsa, fagottini caldi ripieni di carne non meglio identificata e cipolla. Poi, davanti a noi, la frontiera Turkmenistan-Uzbekistan, a Dasoguz. L’uscita non si rivela più gradevole dell’entrata: ore e ore di disbrigo pratiche, in un contesto mai amichevole, sottolineato da cancellate alte 4 metri, corridoi presidiati, armi e i soliti cani minacciosi. Sappiamo che dall’altra parte della barricata ci aspetta il nostro fotografo Leonardo (dalle tre del pomeriggio ci dirà !) insieme agli autisti del pullman che seguirà la carovana nel territorio uzbeko, un paio di loro amici e Mikhail, detto Sasha, presidente e fondatore del primo motoclub Uzbeko: gli “Steel Scorpions”. Compiono 10 anni proprio questo mese, un’età che fa di loro dei veterani, l’unico altro motoclub uzbeko ha solo 2 anni! Mikhail è simpatico e parla un inglese scorrevole, ci racconta di come fosse visto come un pazzo quando si comprò la Yamaha Drag Star 1.100 che ha ancora adesso, la prima moto di grossa cilindrata di tutto l’Uzbekistan.

Passano le ore , nuovamente, vogliono smontarci le moto, controllano dentro i serbatoi, sotto al motore … caso mai fossimo dei pericolosi trafficanti! Dall’altra parte Leonardo e gli altri ci attendono pazienti _ intravediamo i fari al di là dei due cancelli chiusi che delimitano la “no man’s land”, ma ogni volta è un falso allarme. Cioè, le moto sono lì, a poche centinaia di metri, ma non si muovono, e se lo fanno è solo per pochi metri. Ogni tanto qualcuno scende, scompare dietro un piccolo edificio, poi riappare. O è un altro? Da quaggiù, tutti vestiti di nero, eravate indistinguibili” _ ci racconterà più tardi.

Intanto noi, fortunatamente,rientriamo in possesso del drone, che era stato “piombato” in ingresso del Paese, per la gioia di Riccardo che comincerà a “giocarci” subito dopo.

Finalmente ci riuniamo, in terra uzbeka, sono le 7 passate. Facce distrutte, bocche disidratate che addentano il passaporto mentre emergono dal confine (immaginate di dover guidare con tutti i bagagli di un viaggio del genere addosso, come pensate di poterlo reggere il vostro documento più importante?), giacche che volano sulla sella e racconti, racconti, racconti. Tutti stravolti, ma anche eccitati, felici di aver superato il girone dantesco di carte da compilare a mano e bagagli da controllare, tutti in fondo con la voglia di rimettersi in sella. “Ci siamo, i bagagli sono nel pullman, le moto vengono accese di nuovo e si riparte. Tutti insieme, davvero, stavolta” è il pensiero di Leonardo. Ancora 160 km per arrivare alla nostra prima metà uzbeka, Khiva; lo scenario cambia drasticamente: diventa rurale, popolato da scene bucoliche con carretti trainati da muli, contadini impegnati nei campi, e specialmente gente sorridente, accogliente ed amichevole, che saluta con calore il passaggio di questa insolita e rumorosa carovana di centauri. Doccia stra-meritata all’arrivo in hotel (un letto vero!) e un brindisi tutti insieme alla nostra impresa, accompagnato da una cena tipica con verdure crude e cotte, ancora Somsa, una sorta di semolino per accompagnare, e l’immancabile anguria, sempre presente a tavola.

Domattina giro per Khiva, bellissima cittadina che abbiamo intravisto al buio, e che sembra promettente.