Transasiatica 2017

Tappa 04 – 17 giugno
ASHGABAT – DERWAZA

Una Las Vegas (sui generis) alle porte del deserto

Quella che vediamo oggi è l’Ashgabat della post indipendenza concepita dal Presidente Niazov. I proventi di gas e petrolio degli ultimi venti anni (il Turkmenistan è il terzo produttore al mondo di gas naturale!) sono serviti a finanziare un capitolo tutto nuovo dell’esistenza della città. E’ un grande patrimonio, specialmente se rapportato ai soli 5 milioni di abitanti del Paese. Interi quartieri sono popolati da imponenti palazzi di marmo. Il candore degli edifici pubblici e delle residenze private si alterna al verde dei parchi e dei giardini che, insieme a strade a quattro corsie, delineano lo spazio urbano. I monumenti della città sono un richiamo alla storia più recente del paese segnata dalla ritrovata indipendenza e dall’eccentricità del suo presidente. Le sue statue d’oro sono ovunque, a vegliare sulla perfezione di questo luogo un po’ surreale in cui piazze, musei, parchi, torri futuristiche, moschee e memoriali celebrano una riscoperta identità, tra tradizione e futuro.

Mentre la visitiamo, si conferma l’impressione che ne avevamo avuto all’arrivo ieri: Ashgabat è una città incredibile! L’effetto è davvero quello di una “cattedrale nel deserto”.

Tra il deserto del Karakum, che affronteremo tra poco, e le pendici della catena montuosa Kopet Dag, da cui proveniamo, la città si trova nell’oasi di Akhal Tekin ad un’altitudine di circa 230 mt. Il clima è arido-desertico.

Nell’ottobre del 1948, venne completamente distrutta da un devastante terremoto. Vi furono oltre 110.000 morti, pari a due terzi della popolazione. Per cinque anni l’accesso alla zona fu interdetto per permettere il recupero delle vittime, di rimuovere le macerie e di ricostruire la città che fu riprogettata su un perfetto reticolato di vie perpendicolari. La ricostruzione è avvenuta con una perizia fuori dal comune, nel rispetto di regole ferree, come ad esempio l’utilizzo di travertino bianco – esclusivamente bianco! – per tutti i palazzi. Una vera e propria fissazione del presidente che desiderava per la sua città il Guinness dei primati, anche per le luci: sono centinaia di migliaia, sfavillanti, di tutti i colori. Però non esistono insegne: è vietato, e i negozi così non si riconoscono.

Non possiamo fotografare palazzi governativi; in realtà ci proviamo, ma veniamo “gentilmente” invitati a non rifarlo! Ci riproviamo con il mercato russo, chiaro segno della passata dominazione. Ma non l’unico. Il carattere, l’atteggiamento stesso delle persone che incontriamo è stato indubbiamente e profondamente influenzato. Nessun sorriso, nessuna confidenza. Non possiamo dire di incontrare ostilità, ma di certo freddezza e distanza. D’altrone sono abituati a rituali per noi inconcepibili: quando il presidente passa per le strade, ad esempio, nessuno è autorizzato nemmeno ad affacciarsi alle finistre, pena multe molto severe.

Un Paese a suo modo unico al mondo, segnato da ossessioni, caparbio nel difendere la sua neutralità ed indipendenza, con una palese mania di grandezza che si riversa nell’architettura, negli arredi. Tra l’altro, scopriamo che sono moltissimi gli artigiani italiani incaricati durante la ricostruzione e sarà un italiano famoso a firmare la regia dei giochi olimpici asiatici che si terranno qui il prossimo settembre: Marco Balich, l’immaginifico regista veneziano che ideò l’inaugurazione dei Giochi di Rio.

Percorriamo ancora le strade, e capiamo come la capitale stia vivendo un momento di boom economico e come il suo profilo architettonico sia in continua evoluzione. Una cosa curiosa è che i nomi delle strade sono stati sostituiti negli ultimi anni di vita del presidente Niyazov da numeri, il che ha contribuito a rendere ancora più caotico l’orientamento in città anche in virtù del fatto che, essendo i nomi delle vie già cambiati nel passaggio tra il periodo sovietico e quello dell’indipendenza negli anni Novanta, la stessa strada può essere indicata con tre nomi diversi a seconda dei casi.

Sono molte le stranezze di questo paese; tra queste, i prezzi esorbitanti dei musei accanto ad attrazioni gratuite. Un’altra cosa incredibile è la ruota panoramica, voluta dal presidente, ma chiusa in una sorta di guscio a causa della temperatura insostenibile: volteggiare a 50 gradi ad alta velocità avrebbe causato non pochi problemi; così, lo si può fare, ma “sotto vetro”, in un ambiente condizionato!

Abbandonando questo mondo surreale, si può entrare in contatto anche con il volto tradizionale di Ashgabat nello spettacolare Bazar di Tolkuchka, un enorme mercato alla periferia della città dove si può comprare e contrattare veramente di tutto, dai gioielli ai cammelli, dalla frutta agli accessori per la casa, passando per ogni sorta di abbigliamento. Il pezzo forte è sempre il commercio di tappeti.

Ora ci attende il deserto. Siamo pronti e anche un po’ emozionati. Sappiamo di dover “interrompere i collegamenti” per almeno un giorno (arriveremo alla Porta dell’Infermo e dormiremo in un campo tendato nel deserto, senza possibilità di comunicare). Ma raccoglieremo tutto il materiale possibile per raccontarvi ogni sfumatura, ogni dettaglio … aspettateci, tra non molto saremo di nuovo connessi!!

Lungo le strade di Ashgabat
Khiva, un luogo irreale
Khiva
Lungo le strade di una Khiva quasi vuota
Donne di Khiva
Il mercato di Khiva
Khiva vista dalla torre di guardia della Kuhna Ark
Khiva vista dalla torre di guardia della Kuhna Ark

da oggi abbiamo una voce (e un occhio) in più, a raccontare l’avventura on the road sulla Via della Seta: benvenuto Leonardo!
“Per secoli, dal graduale abbandono della Via della Seta in poi, la linea del deserto del Kara Kum Turkmeno fino al deserto del Takla Makan nel Turkestan cinese è rimasta uno dei luoghi meno attraversati del pianeta. Finché all’inizio del Novecento, quasi all’improvviso, alcuni fra i migliori – e più visionari – studiosi di cose antiche hanno deciso, tutti insieme, di partire alla scoperta delle civiltà che si dicevano sepolte, e intatte, sotto la sabbia.” Peter Hopkirk, Diavoli Stranieri sulla Via della Seta
Il programma che mi hanno consegnato, quando mi è arrivata la comunicazione che sarei stato il fotografo e il cantastorie della nuova avventura di Riso Scotti e Moto Guzzi, inizia con questa citazione di Peter Hopkirk. Beh, non ci crederete ma Hopkirk è uno dei miei autori preferiti, ho iniziato con “Il Grande Gioco” e da lì ho letto tutti i suoi libri, immaginando quell’epopea di avventurieri, Khan, spie, esploratori, eserciti che si è compiuta a cavallo tra il XVIII e gli inizi del XX secolo in una delle zone più calde del pianeta, l’antico Industan. Conoscere la storia di queste terre ci aiuta a capire anche il nostro quotidiano e i tiggì che vediamo tutti i giorni, a comprendere perché l’Afghanistan è uno snodo cruciale del potere mondiale e perché nell’Asia Centrale ci sono due cose che fanno dalla notte dei tempi: commerciare e combattere.
Ovviamente non sono qui per fare analisi socio-politiche, ma per raccontarvi un viaggio unico, di quelli che quando parti gli amici ti dicono “è il viaggio della vita”, con una punta di (sanissima) invidia. Ma davvero sono strade in cui bisognerebbe andare almeno una volta nella vita, perché da qui è passata gran parte della nostra storia e dei commerci che hanno fatto grandi Genova e Venezia. E proprio l’Asia centrale è stata l’ago della bilancia di equilibri mondiali che hanno visto uno dei due piatti muoversi sotto al peso della Russia, quella zarista prima, quella socialista dopo. Ma basta chiacchiere, è ora di partire!
Gli imprevisti rendono memorabili i viaggi. Partendo da questo (sacrosanto) assunto, le premesse dovrebbero essere ottime; il mio primo imprevisto, infatti, è stato non poter partire con tutto il gruppo alla volta dell’Iran. Purtroppo mentre i visti per Tagikistan e Uzbekistan sono relativamente facili da ottenere (quello per il Kirghizistan si prende tranquillamente alla frontiera), l’iter è più complesso per il Turkmenistan. E, a quanto pare, fotografi e giornalisti non lo ottengono facilmente. Infatti a me, che sono ambedue le cose, viene negato l’ingresso nel paese. Risultato, volo da solo fino a Tashkent, dove incontro il simpaticissimo Bex, mia guida e angelo custode. Insieme prendiamo un altro aereo diretti a Urgench (capoluogo della provincia del Khorezm e classica città sovietica dalla pianta a griglia con strade enormi e piazze vuote, affascinante nella sua austerità), per poi raggiungere Khiva in automobile.  E qui aspettiamo il resto del gruppo di guzzisti che nel frattempo hanno lasciato l’Iran e stanno attraversando il deserto del Karakum Turkmeno (senza di me, sigh!).
Ci vuole sempre un po’ per carburare, quando ci si trova catapultati in un luogo tanto diverso da quello in cui sei abituato a vivere. Così inizio a scattare, che è la cosa che mi riesce meglio.

Il cielo sembra un opale screziato d’arancione appena lucidato, il pomeriggio allunga le sue ombre sui palazzi di una Khiva quasi vuota, irreale, nella quale rimbombano i passi e le risate dei bambini che provano a catturare le cavallette con le mani, quando salgo sulla torre di guardia della Kuhna Ark l’ultimo spicchio di sole sta incendiando le facciate dei meravigliosi palazzi rivolti a occidente, mentre sullo sfondo sfumano le basse case popolari a pianta quadrata di paglia e fango. È uno di quei momenti in cui ogni cosa ha il sapore che dovrebbe avere e l’esatto colore, poso la macchina fotografica e mi godo questa rara sensazione di pienezza.
Ho imparato la mia prima parola in Uzbeko, rakhmat. Significa grazie”   😊 Leonardo Lucarelli