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Turkmenistan: il cuore dell’Asia

di Devis Bellucci

All’improvviso, come schiantate da un vento di liberazione, le statue di Lenin cadevano una dopo l’altra e venivano trascinate nella polvere. Quei giganti di bronzo dai piedi spezzati diventarono subito l’icona dell’impero sovietico in frantumi. Nei ricordi di chi allora era ragazzino capitò tutto molto in fretta: tornammo a scuola dopo le vacanze e di lì a poco le nostre carte geografiche erano da buttare.

 


 
Turkmenistan: un instabile punto di domanda
 
Da qualche parte, nel cuore dell’Asia, c’è un deserto di leggendaria vastità. Bassipiani color metallo che si sfaldano al sole, dove in passato i popoli viaggiavano solo con l’aiuto delle stelle, come i marinai; fiumi che si perdono lungo il cammino verso un mare troppo lontano, millenarie città di terracotta flagellate dal vento, che continuano a versare l’anima nella sabbia. All’inizio degli anni ’90, il colosso sovietico ha ritirato la propria ombra anche dallo sconosciuto Turkmenistan, le cui terre evanescenti erano attraversate dall’antica Via della Seta. Un Paese immenso, fiabesco, tra il Mar Caspio e i contrafforti dell’Himalaya. E come spiega Colin Thubron, che visitò il Turkmenistan all’indomani della caduta dell’URSS, È inquietante e in qualche modo prevedibile che il cuore del mondo non sia un organo pulsante, ma un instabile punto di domanda.

 



Un mare di civiltà, imprigionato nelle pieghe del tempo



Gli abitanti del Turkmenistan recano sulla pelle la variegata eredità di tanti popoli, che si sono avvicendati lungo una rotta commerciale che dalle porte d’Europa fungeva da ponte verso l’oriente. Visi caucasici, illuminati da splendidi occhi chiari, volti fieri e malinconici incoronati dal telpek – il tradizionale copricapo di pelle di pecora – e ancora beduini, donne avvolte in fascinosi chador colorati, facce due volte invecchiate che si ostinano a parlare russo come reduci di una storia del giorno prima… Forse l’essenza unificante di queste genti è racchiusa in una parola intraducibile, chilik. Stando ancora ai racconti di Thubron significherebbe un misto di indipendenza, ospitalità, pigrizia e coraggio. In altre parole, una sobria, turcomanna dignità.

 



Ashgabat, la città dell’amore

 

Ashgabat, l’attuale capitale, ha conosciuto come tante città del Turkmenistan un destino di distruzione: il 5 ottobre 1948 un terremoto l’ha completamente devastata. La città è stata ricostruita su un reticolato di vie perpendicolari e il suo profilo deve molto alle manie di grandezza di Saparmyrat Nyýazow, che ha ricoperto il ruolo di Presidente e capo del governo per 15 anni, fino al 2006. Ashgabat, tormentata dal fiato nullificante del deserto, ricorda oggi una Las Vegas candida e vuota.

Le attrazioni vere e proprie si limitano a un paio di Musei: quello di storia turkmena, con migliaia di reperti etnografici e archeologici che risalgono fino all’epoca dei Parti, e il Museo delle Arti, che custodisce un’importante collezione di tappeti tra cui quello più grande del mondo (quasi 200 m2 e 885 kg di peso). Nonostante la penuria d’acqua, il centro della città è un gorgogliare di fontane, tra statue d’oro del signor Presidente e palazzi tirati su con uno stile che mescola influenze orientali e sovietiche. Nel complesso, l’atmosfera ha qualcosa di finto e allo stesso tempo affascinante, come se la sostanza andasse cercata più a fondo. Per riconoscere il battito pulsante di Ashgabat, che per i Persiani era la città dell’amore, bisogna passare dai suoi sobborghi e dai bazar, posare a lungo lo sguardo sulla sua gente, lottare con la polvere bianca che pervade e ottunde ogni cosa.

 



Merv, la città più grande del mondo

 

Il deserto del Karakum occupa una bella fetta del Turkmenistan. Nisa – leggendaria capitale dell’impero dei Parti – Merv e Kunya-Urgench sono le più celebri fra le antiche città del Karakum, tutte incluse tra i Patrimoni dell’Umanità dall’UNESCO. Merv, in particolare, era una delle tappe più importanti sulla Via della Seta. I suoi fasti incantarono Alessandro Magno e sembra che, durante il XII secolo, sia stata per un po’ di tempo la città più grande del mondo. Poi arrivò Tolui, figlio di Gengis Khan, che la mise sotto assedio. La città si arrese, Tolui fece uscire la popolazione e ordinò ai propri soldati di tagliare tre-quattrocento teste ciascuno, quindi di radere al suolo tutto. Si tratta di uno dei peggiori eccidi nella storia delle guerre.

Geoffrey Moorehouse, nel suo libro Le pèlerin de Samarcande, ritiene che la spada abbia ucciso a Merv più gente che le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Oggi la città abbandonata, con quel che resta dei suoi venti chilometri di mura, ha l’aria indolente di una magica fortezza Bastiani, lì a consumarsi nell’attesa dei Tartari. È uno dei luoghi che più incanta i viaggiatori; pare che tra queste mura consunte, in parte sommerse dalla sabbia, siano state scritte Le mille e una notte.

 



La porta dell’inferno

 
A 260 km da Ashgabat, non lontano dal minuscolo villaggio di Derweze, la notte cristallina è illuminata dai bagliori del fuoco. C’è un cratere in fiamme che non ha alcunché di vulcanico e tra la gente del posto si è diffusa la credenza che si tratti di un fenomeno soprannaturale. La chiamano La porta dell’inferno, ma non si tratta di un varco verso l’oltretomba: è invece il risultato di un incidente avvenuto nel 1971, quando a seguito di una perforazione realizzata per cercare petrolio, il terreno crollò aprendo una via di fuga a un deposito di gas naturale. I geologi di allora, temendo gravi conseguenze ambientali, incendiarono il gas. La voragine continua a bruciare ancora oggi e non accenna a estinguersi, regalando ai viaggiatori uno spettacolo grandioso e inquietante. Attorno, il fiato del deserto continua a corrodere l’orizzonte, nel crepitio onirico della sabbia che ha fiaccato carovane e disperso immensi eserciti.